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Nel Pd aretino tocca a Ceccarelli riannodare le fila

Editoriale del
di Luigi Alberti
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Nel Pd aretino tocca a Ceccarelli riannodare le fila

Sette giorni dopo lo smottamento elettorale in casa Pd è arrivato il momento della riflessione. I problemi di Roma sono gli stessi di Arezzo. Renzi si è dimesso, ma ci sono i renziani che hanno in mano gli organismi del partito. Ad Arezzo la posizione politicamente più delicata resta quella del segretario provinciale Albano Ricci. La minoranza dem gli ha chiesto un atto di responsabilità con Francesco Ruscelli, mentre il predecessore Dindalini, lo ha accusato senza mezzi termini diavere pensato più alle fortune di Marco Donati che non del partito. Chi ha avuto un atteggiamento fermo ma conciliante verso una soluzione condivisa è stato Vincenzo Ceccarelli, l'unico che oggi nel Pd aretino conti veramente qualcosa. E si può benissimo comprendere come l'assessore regionale non abbia l'interesse di dare fuoco alle polveri. Con il renzismo in crisi di identità anche nella zona dove i renziani hanno sempre sbaragliato il campo, Ceccarelli, che renziano non è, diventa un punto fermo. Ha dalla sua l'esperienza politica per mediare tra le varie componenti e soprattutto l'autorità per ricomporre una squadra che sappia tornare ad essere credibile. La crisi del Pd ad Arezzo non nasce il 4 marzo del 2018. Dal 2013 in poi le delusioni sono state molteplici ed in serie in tutti gli appunatmenti elettorali, con la sola eccezione di Monte San Savino. Poi è arrivato il ciclone Banca Etruria, i riflessi del caso Boschi e i problemi legati all'accoglienza. Giusto che anche i sindaci della Valdichiana dicano cosa è successo. Il Pd non ha perso a favore dei Cinque Stelle bensì della Lega. Possibile che non se ne fossero accorti?