Il calcio e la mancanza di cultura sportiva

Sportivamente del 09-02-2017
di Andrea Iacobelli

Il calcio e la mancanza di cultura sportiva

In Italia se dici sport, dici calcio. Chiunque conosce questo sport e ne sente l'influenza, sia essa positiva o negativa. Gli altri sport, nella loro bellezza e nella loro eleganza, vengono rilegati a comparse, in base al periodo dell'anno. Di tennis si parla più o meno quattro volte all'anno (in concomitanza con i tornei del grande Slam); di ciclismo durante Tour e Giro; di Rugby quando si svolgono Sei Nazioni e Mondiali. Il basket ci arriva, scusate il gioco di parole, di rimbalzo, con il successo planetario del NBA (mentre la cassa di risonanza mediatica della pallacanestro italiana si sta lentamente fiaccando). Per gli altri sport ci rivediamo nel 2020, con le olimpiadi di Tokyo.

Il calcio è uno sport cannibale, soprattutto in Italia, dove ha divorato ogni avversario e succhiato molta della lucidità di chi lo guarda: ha fagocitato tante delle emozioni positive (e ce ne sono) per poi vomitarne rabbia ed esaltazione. Se si chiedesse cos'è il calcio, solo chi non lo guarda risponderebbe uno sport in cui ventidue giocatori rincorrono una palla con lo scopo di calciarla in porta. Per i tifosi lo stadio diventa una valvola d sfogo, un luogo dove è possibile fare e dire tutto, a volte anche al di là della legalità. Inutile ricordare gli svariati eventi di violenza che ogni anno si ripetono durante le partite, negli spalti e fuori.

Quello che preoccupa è l'aggressività nelle serie minori. Sono sempre più numerose le colluttazioni subite dagli arbitri, spesso appena ragazzi, mandati in pasto alla folla nei campi caldi di prima o seconda categoria. Anche nella nostra piccola realtà aretina lo scorso anno, durante la partita San Niccolò-Fortis Arezzo, valida per il campionato di terza categoria, un direttore di gara fu aggredito fisicamente nel mezzo di una normale azione di gioco. Ma basterebbe leggere i bollettini ufficiali per rendersi conto che la maggior parte delle squalifiche avviene per comportamenti antisportivi o violenti. Questo ci deve rendere consapevoli: non abbiamo una cultura sportiva adeguata, almeno noi amanti del calcio.

Innanzitutto ci manca la cultura della sconfitta. Chi gioca a calcio lo fa per il fine ultimo di vincere, e questo è giusto, altrimenti si perderebbe l'agonismo, la base stessa dello sport, ma per conseguire la vittoria si usa qualsiasi mezzo: non conta come, l'importante è fare un gol in più dell'avversario. Fin da piccoli dovremmo abituare i calciatori ad accettare la sconfitta, anche se essa dovesse avvenire per qualche svista arbitrale. Ad infondere questo atteggiamento dobbiamo “allenare” per primi gli allenatori: nelle partite fra bambini (almeno fino agli esordienti) il risultato dovrebbe essere una pura formalità.

Anche i tifosi devono essere educati. Arezzo è un'oasi felice da questo punto di vista: la tifoseria si sta sempre più avvicinando allo stadio in maniera sana, grazie ai risultati soddisfacenti della squadra, ma anche al comitato Orgoglio Amaranto, il primo gruppo di tifosi in Italia a possedere una quota azionaria della squadra supportata. Il resto d'Italia, però, sembra ancora molto indietro. E se il calcio vuole riacquistare dignità e credibilità, deve fare i conti anche con il problema creato da alcune frange estremiste delle tifoserie organizzate. In determinate realtà, il potere silenzioso dei supporters arriva a piegare le società calcistiche, soggiogate sia dal lato economico (quasi tutte infatti si reggono sugli introiti degli abbonamenti), sia da quello della responsabilità oggettiva: se un qualsiasi tifoso ha atteggiamenti atti a ledere il normale svolgimento di una gara, a farne le spese è anche la società ospitante. Paradossale. I tifosi acquistano così un potere esagerato, come già denunciato lo scorso anno da Gasperini, in forte opposizione con i gruppi ultrà del Genoa. Ma questa è una lezione di civiltà su cui dovremmo lavorare tutti gli italiani, forse un'impresa impossibile.

Il governo italiano è rimasto sempre a guardare. La sua politica altalenante ha alternato leggi dure e aspre (come la famigerata tessera del tifoso) con successivi ammorbidimenti, dovuti ai coinvolgimenti politicizzati di molte associazioni ultrà. Sorvolando le dietrologie, forse la realtà è che alla classe dirigente la funzione inibitrice sociale del calcio fa troppo comodo. E sperare che il cambiamento posso cominciare da chi ci governa, è quantomeno utopico.

La speranza è però l'ultima a morire. Dobbiamo porre fine al lato malato di questo meraviglioso sport e dobbiamo essere noi, gli amanti del pallone, i primi ad iniziare questa rivoluzione pacifica. Chi ama il calcio lo supporta nella maniera sana. Chi scrive è un giocatore dilettante, un allenatore di scuola calcio e amante di tale disciplina. Ritroviamo la dimensione sportiva di questo gioco e non più quella estrema, quella che ci porta a perdere il lato umano del calcio.

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.




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