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Mi hanno raccontato la Siria

Curiosità del
di Luca Amodio
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Mi hanno raccontato la Siria

Eugenio ed Andrea mi hanno raccontato quella terra perennemente contesa che, ad Ovest, si affaccia sul Mediterraneo mentre, ad oriente, mira la Mezzaluna Fertile; quella terra che mise a battesimo le tre grandi religioni monoteiste; quella terra lontana ma vicina, quanta Italia che c’è, ohimè, che c’era; quella terra di cui, sì, tanto si parla ma così superficialmente, così aprioristicamente, che l’essenza risulta inevitabilmente inafferrabile; quella terra condannata al turbe dettato secondo cui una menzogna ripetuta all’infinito diventa realtà; quella  terra vessata, schernita, travolta ma che non ha mai chinato il capo. Avete capito: Eugenio ed Andrea mi hanno raccontato la Siria.

Mi hanno raccontato un paese laico ove, chiaro, permane un richiamo al credo islamico ma, d’altronde, raffrontabile a quell’Italia degli anni ‘60 in mano alla Balena Bianca; mi hanno raccontato che, durante il ramadan, si può sorseggiare una birra in un loco pubblico - guai in altri paesi contigui - senza il pericolo d’esser trucidati; mi hanno raccontato, anzi celebrato, la magnanimità, la oculatezza del Gran Mufti, il papa sunnita siriano se concedete un eufemismo esemplificativo, che mai, pena il vile eccidio del figlio, ha voltato le spalle al suo regime.

Mi hanno raccontato di quel famigerato presidente ieri insignito “Cavaliere di Gran Croce” da Giorgio Napolitano, oggi occidentalmente denunciato quale nequitoso autocrate; mi hanno raccontato di quel popolo fervidamente raccolto attorno al proprio leader che, nel veder sopraggiungere il forestiero sconosciuto, intona arditamente “Bashar Assad è il mio presidente”; mi hanno raccontato di un'opposizione politica che, quando venne il momento di imbracciare l’artiglieria, ha affiancato perentoriamente il suo esecutivo.

Mi hanno raccontato Palmira, la sposa del deserto, quel coacervo di meraviglie eclissato  dal mosaico del terrore imputabile alla furia ceca dell’ISIS; mi hanno raccontato di quei tesori custoditi che sono stati atrocemente svigoriti e di quegli altri che, subordinando l'iconoclastia allo spregiudicato profitto economico, sono stati adoperati per finanziare ulteriori crudeltà; mi hanno raccontato di  Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico, trucidato vigliaccamente perchè reo di aver difeso sino all’ultimo istante - come il capitano che non abbandona la nave - i tesori verso i quali aveva dedicato mezzo secolo della sua vita.

Mi hanno raccontato un ordinamento ivi, certo, vi sono limitazioni concernenti i diritti umani ma comprensibili nella misura in cui lo si inquadra nel pertinente contesto geopolitico macroregionale e, di corollario, se lo si valuta secondo una logica di relativismo storico; un ordinamento dunque, lapalissiano, difficile da preferire se lo si accosta alle democrazie liberali ma altresì facile da invidiare se il secondo termine di paragone diviene l’assetto giuridico di qualsivoglia stato limitrofo.

Mi hanno raccontato di SOL.ID, la loro associazione umanitaria volta a tutelare l'identità delle nazioni ostracizzata dal rullo omogeneizzante della mondializzazione; di quell’organizzazione che, ponendosi baluardo della diversità e della pluralità, si impegna ad affiancare coloro che vogliono continuare a vivere secondo i loro costumi, le loro leggi; di quell’ente che da anni si immette in un contesto così tanto critico per sfidare le tante ingiustizie.

Mi hanno raccontato una storia diversa, antitetica, rispetto quella disegnata da cotanti mass media; già, quei rotocalchi che pontificano riportando, quali veritieri, aneddoti veicolati da tali che in Siria non sono mai stati. Eugenio ed Andrea mi hanno raccontato questo. Forse sono folli. Forse, invece, sulle orme di Platone sono chiamati a condurci fuori dalla caverna laddove - schiavi, ignari delle nostre catene - siamo imprigionati.

 

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