Street Photography : Homeless e Lee Jeffries

Arte del 15-04-2017
di Carlo Tommaso Bisaccioni

Street Photography : Homeless e Lee Jeffries

“Chiunque altro ci cammina accanto, come se fossero invisibili. Io lotto contro il timore, nella speranza che la gente realizzi che queste persone sono… esattamente come me e te”.

Provate a pensare cosa può accadere quando un giovane ragioniere con la passione della fotografia decide che la sua missione di vita è aiutare i senzatetto. Non serve fantasticare troppo, la risposta è Lee Jeffries, per tutti L.J.Nato a Bolton nel Regno Unito, vive a Manchester. Ma “vive” anche a Londra, Parigi, Las Vegas, New York, Roma. Vive in tutti questi luoghi da tre anni, da quando ha deciso che la sua seconda casa è la strada. Dal 2009 L.J. viaggia in molte grandi città dell’Europa e degli Stati Uniti per documentare la situazione di profondo disagio dei senzatetto di tutto il mondo. Non si tratta del solito reportage distaccato: il suo lavoro è una religiosa introspezione nel dolore di coloro che a questo mondo non posseggono altro che loro stessi.

Tutto è cominciato nel 2008 quando, ancora interessato alla fotografia sportiva, si trova a Londra per una maratona, e passeggiando per le vie della città decide di scattare qualche foto. Nei pressi di Leicester Square si imbatte in una giovane diciottenne senza fissa dimora e affascinato comincia a scattare. La ragazza però lo nota ed inizia ad urlare: “Ehi tu, non puoi farlo!” “Dammi dei soldi!”. Combattendo l’imbarazzo e la voglia di scappare Lee decide di attraversare la strada, si siede con lei e scopre la sua storia, da quel momento nasce in lui una nuova percezione artistica ma anche un profondo senso di inquietudine, una voglia irrefrenabile di aiutare quella giovane donna. Anzi, anche tutti gli altri che come lei vivono in strada.La passione di L.J. è diventata la sua missione: usa le sue fotografie per far conoscere questa delicata realtà riuscendo a conquistare testate importanti come l’inglese “The Indipendent”, o raccogliendo fondi attraverso la vincita di concorsi artistici (come il “Photographer of the Year Award” della rivista Digital Camera), ma anche concretizzando il suo impegno umanitario nella condivisione di cibo e denaro. Ma ciò che egli fa davvero, è restituire loro molto più di una dignità. Il suo progetto lo porta alla ricerca di occhi che raccontino le difficoltà di una vita di strada:

“Fotografare non è guardare, è avvertire un sentimento. Se non senti nulla quando guardi allora non sarai mai in grado di trasmettere qualcosa a coloro che osservano le tue fotografie”.

Dei suoi soggetti Lee Jeffries deve notare qualcosa nello sguardo, e le sue fotografie lo testimoniano: ogni singolo ritratto è scandalosamente realistico e trasmette tutta la drammaticità delle esperienze di vita di queste persone. Per farlo L.J. non ha bisogno di trovare angolature originali, le inquadrature sono semplici visioni, all’ altezza giusta per coinvolgere l’osservatore e piazzarlo proprio di fronte a questi personaggi, come a renderlo partecipe di quel dialogo che il fotografo instaura con le sue particolari amicizie.

“Devi parlare con loro, entrarci in intimità e spiegare cosa stai facendo” dice L.J. Ma le cose non sempre vanno bene: alcuni non accettano di farsi fotografare, altri si arrabbiano, a volte ci si ritrova in situazioni difficili e altre volte bisogna solo andarsene.

Insomma, la sua street photography è il risultato di un dialogo incondizionato e una confidenza meritata e racconta puro sentimento. I ritratti di questi volti che emergono dal buio del loro dolore sono una fotografia dell’anima: impressionanti scatti in bianco e nero che penetrano nella profondità delle sensazioni di questi individui, lasciando allo stesso modo che i loro occhi si insinuino nello spirito di chi li osserva. Lacrime o sorrisi, sguardi fissi o persi nel vuoto, pochi accessori e tanti segni di vita vissuta, sono alcune delle caratteristiche di questi “homeless“, e Lee Jeffries decide di esaltarle sfruttando esclusivamente la “luce ambiente”, focalizzando l’attenzione sulla loro presenza e non sugli spazi che essi vivono, al fine di raccontare solo le loro storie e non quelle dei luoghi. Tutto questo ci ricorda come la semplicità delle cose abbia a volte più valore di un’originalità forzata, lo conferma l’impatto emozionale delle sue immagini e il puro, incondizionato, tentativo di questo fotografo di portare a conoscenza, attraverso il suo lavoro, una parte di mondo spesso ignorata.

La sua street photography è il risultato di un dialogo incondizionato e una confidenza meritata e racconta puro sentimento.

Nota: Tratto dalla sua intervista per “The Mammoth’s Reflex”.

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.



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