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La nostra tradizione ci insegna il galateo a tavola

Curiosità del
di Luca Amodio
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La nostra tradizione ci insegna il galateo a tavola

Quando si parla di galateo ci riferiamo ad un ampio bagaglio di disposizioni comportamentali codificate nella tradizione occidentale. Alcune di esse, con il tempo, sono state inflazionate sino ad essere ripudiate, all’occhio odierno, quali vacue ed esibizioniste. Certune invece, quali le norme da seguire a tavola, sono rimaste intatte nonostante il mutare della società conservando inalterata la propria memoria. Tale eredità necessita però di essere rispolverata, sin dalla sua origine, affinchè venga compresa e rispettata.

In primis, il nobile d’animo, seduto a tavola, mantiene una postura eretta ma non ingessata, con braccia aderenti al corpo senza allargare i gomiti. Questo profilo, in passato, rappresentava chi mangiava con conformità e dovizia. Contrariamente, gettarsi sul piatto ed aggredirlo era indice di una tale precarietà alimentare da condizionare portamenti e condotta. Pertanto, il gentiluomo attende che siano serviti tutti gli altri prima di iniziare a gozzovigliare.

Dare avvio al pasto esclamando “buon appetito”, seppur sia ormai prassi, è quanto mai errato. Due tesi lo confermano. Un tempo, negli ambienti aristocratici, riunirsi a tavola equivaleva ad un pretesto per dialogare e forgiare alleanze. Il cibo era usato esclusivamente come contorno rispetto alla conversazione ergo gli invitati non arrivavano mai affamati a tavola. La seconda tesi, relativa al XIX secolo afferma che una volta l’anno, solitamente nel periodo natalizio, i nobili si raccoglievano a tavola con la loro servitù offrendo loro un'ampia merenda. In questa circostanza il padrone di casa dava inizio al pasto pronunciando la formula. Ergo, proferire “buon appetito” significherebbe trattare, implicitamente, l'ospite in maniera subordinata marcandolo come inferiore, offendendolo. Dunque, enunciare la celeberrima è sbagliato. Semplicemente si inizia con disinvoltura attendendo le direttive del padrone di casa.

Anche l’amatissimo “cin cin” rappresenta una pratica non prevista nel galateo. Concepita nell’Antica Cina ed importata nelle civiltà greche e romane, diverrà una sistematica consuetudine nei banchetti medievali. Seppur rappresenti un augurio non si addice assolutamente alle occasioni formali, specie quanto si è in molti e si è costretti ad acrobatiche contorsioni pur di tintinnare il bicchiere con ognuno dei seduti. Viceversa, il buon galateo esige che i bicchieri vengano alzati con un moderato e discreto cenno.

Il Bon Ton, esige, nel caso in cui ci venga somministrata una pietanza sciapa, di non chiedere mai altro sale salvo se presente in tavola. Quest’ultimo, nelle civiltà antiche, era impiegato come moneta e richiederne ulteriormente, oltre a manifestare che la pietanza non fosse gradita, poteva mettere a disagio la padrona di casa se lo avesse finito.

Circa l’uso del tovagliolo, questo va sempre adagiato sulle proprie gambe, eccetto in presenza di piatti difficili che potrebbero mettere a repentaglio la nostra mise: in quel caso è consentito portare, con la mano sinistra, il tovagliolo sino all’altezza del colletto della camicia senza, tuttavia, annodarlo. Il tovagliolo, a fine pasto, non va mai piegato. Al contrario, va semplicemente adagiato sulla sinistra del piatto. Difatti, anticamente piegare il tovagliolo sporco significava sottovalutare il padrone di casa ritenendolo capace di usarlo nuovamente visto che, rappresentava un oggetto costoso.

Nel Medioevo, non esistevano bicchieri individuali bensì solamente un bicchiere comune che veniva passato di mano in mano tra i commensali. Tale pratica imponeva ai seduti a tavola di detergersi le labbra con il tovagliolo prima e dopo aver bevuto.

A tavola e al tavolino si riconosce il signore e il signorino" recita un vecchio detto. Nulla di più vero. A tavola si rivelano i veri gentiluomini, coloro che tengono fede al buon costume, coloro che concretizzano una conoscenza che non passa mai di moda, basata su un solo onorevole concetto: il rispetto.

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