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Il cervello di chi soffre la solitudine funziona in modo diverso

Salute e Bellezza del
di Elisa Marcheselli
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Il cervello di chi soffre la solitudine funziona in modo diverso

La solitudine  può essere percepita in modo positivo, come un momento per rimanere in contatto con se stessi; oppure in modo negativo come una mancanza da colmare. In questa seconda variante si alimentano i problemi, nel senso che chi sente di essere isolato e fuori dal giro delle relazioni sociali, inizia a sviluppare una serie di comportamenti negativi che di riflesso allontanano gli altri, confermando la paura di essere rifiutati. Una sorta di atto di difesa che non fa altro che aggravare il malessere di partenza.

Due noti studiosi della psicologia della solitudine, moglie e marito, Stephanie e John Cacioppo, dell'università di Chicago hanno analizzato il  funzionamento del cervello delle persone sole: in risposta a segnali negativi, la loro attività cerebrale sarebbe molto più veloce e pronunciata rispetto a quella di altri.

È come se le loro menti vivessero in uno stato di  "allerta" di fronte ad ogni tipo di pericolo o minaccia sociale. "Solitudine non significa stare da soli” - si legge in un articolo del Wall Street Journal dedicato alle ricerche. La capacità di star con se stessi indica un buon equilibrio e una capacità di connettersi con le proprie emozioni senza temere il peggior nemico di noi stessi: noi stessi appunto.

La solitudine percepita in modo negativo è ciò che fa sentire socialmente isolato, e rifiutato, con mancato collegamento tra le relazioni sociali desiderate e le vere relazioni. In questo stato il cervello si mette in stato di allerta e percepisce il mondo in maniera minacciosa e reagisce difendendosi, e quindi limitando le relazioni sociali.

A quel punto sono necessari alcuni sforzi:

  1. Accettare tutto ciò che la vita propone: questo significa accettare alcuni inviti anche quando non se ne ha voglia, e smettere di evitare le situazioni ma al contrario affrontarle. 
  2.  Agire per obbiettivi: non basta rispondere a inviti. È necessario programmare delle attività che possano mappare una apertura sociale. 
  3. Scegliere: è importante sempre scegliere la qualità delle persone con cui condividere dei momenti. Il modo migliore per dimostrare a se stessi di non essere soli, non è la quantità di rapporti stretti, ma la qualità di questi rapporti. 
  4. Pensare in maniera propositiva: quindi è importante ampliare lo spazio mentale dando spazio ad una lettura diversa del comportamento altrui. Pregiudizi e preconcetti non sono utili in questo caso, e confermano solo ciò che la mente pensa per una reazione di difesa.
  5. “Più riusciamo a scoprire buone qualità in noi stessi, più riusciamo a vederle negli altri”.     www.elisamarcheselli.it

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