Ultimo agg. 27 minuti fa

La terra degli uomini integri

Curiosità del
di Luca Amodio
487

La terra degli uomini integri

Fu, in principio, terra di cacciatori e raccoglitori di bacche. Poi, emigrati dal Ghana, vennero i Mossi: qui con l’aratro in mano si stanziarono e, sguainando la spada, difesero la loro terra dall’avanzata islamica. Preda dello Scramble for Africa, e dunque della draconiana egemonizzazione condotta dai governi opportunisti della Terza Repubblica francese, venne qui issata il drapeau français: vi sventolerà per quasi un secolo, sino alla rinunzia di Charles De Gaulle. Da allora, nonostante l’indipendenza de iure ottenuta, la prospettiva di un regime stabile venne sfumata adesso dall'instaurarsi di regimi civili ovvero militari adesso da golpe ovvero sommosse popolari. Un'inversione di tendenza parve profilarsi il 4 Agosto 1984: quel dì, il neo presidente Thomas Sankara ribattezzò la sua terra, in nome di una rinascita, in Burkina Faso, la terra degli uomini integri.

La sua gente lo chiamerà il Che Guevara D’Africa, il San Francesco africano o, più amichevolmente, Tom Sank. Fu cattolico ma non rifiutò di imbracciare l’artiglieria che, appena diciannovenne, lo condusse in Madagascar ove conobbe il sapore della rivoluzione e la sua ricetta: il marxismo. Tornò in patria e fece un quarantotto. Esplicitamente avverso nei confronti del governo coevo, troppo distante dal paese reale, istruì il Gruppo degli Ufficiali Comunisti con i quali si scagliò perentoriamente contro il lusso dell'élite militare e politica. Per attenuare le tensioni createsi, il governo di Ouagadougou esperì la strada del compromesso corteggiandolo, invano, a più riprese. Intanto, via radio, ammonì: guai a prendere in giro il popolo. Forte della propria autorità carismatica grazie la quale cavalcò l'orgoglio ferito della sua terra, Sankara ottenne manu militari la carica di Presidente potendo, dunque, concretizzare parte del suo ambizioso progetto: in nome della libertà e dell'uguaglianza si misurò fermamente addosso il neo colonialismo nonché verso i soprusi e gli sfruttamenti a beneficio del capriccio di pochi uomini. “È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, potrei essere ammazzato da un momento all'altro”. Così fu. Reo di non piegarsi all’imperialismo occidentale, il presidente ribelle fu vigliaccamente assassinato, complici Francia e Stati Uniti, dal suo collaboratore Blaise Compaoré.

In seguito all’eccidio, i cospiratori, conquistate le redini del Paese, attuarono una linea politica reazionaria, anti populista ed anti marxista, e, al contempo, un’opera di censura orwelliana all’indirizzo dell’eredità di Sankara. Ciò portò, sì, alla stabilità dell’ex Alto Volta ma con un pegno da saldare: l’indipendenza economica venne nuovamente logorata cagionando, così, l'inevitabile mobilitazione del popolo che, nel 2014, spinse Compaoré a rassegnare le dimissioni. Si aprì, quindi, un capitolo della storia burkinabè quanto mai ambiguo, per la pluralità degli interessi in gioco, e scarno sia di letteratura politologica che di storiografia. Nondimeno, a questo proposito, la narrazione dei fatti verrà coadiuvata dalla documentazione del nostro concittadino Riccardo Reggidori che, lo scorso Gennaio 2019, ha intrapreso una missione laico ecclesiastica condotta dalla ONG “Nasara”, “uomo bianco” nell’idioma locale, di Don Lido Lodolini appoggiata ai Padri Camilliani Burkinabè.

Stando alla testimonianza, si evince che, ad un lustro di distanza, l’odierno esecutivo viva un periodo di precarietà dovuto alle criticità sorte a Nord: vi sarebbe, pertanto, una guerra civile tra due etnie fomentata da jihadisti in cui, inoltre, la posizione dell’esercito, ago della bilancia, paia ancora ambigua. Il dissidio, ahimè snobbato dai media nostrani, ha circoscritto il raggio di azione della cooperazione nella parte centrale del paese e, in particolare, negli slum di Ouaga: difatti la metropoli, capitale storica e politica, ha subito una battuta di arresto nel processo di modernizzazione che l’aveva consacrata, testimone l’edificazione dei quartieri “Ouagadougou 2000” e “Petit Paris”, quale perno economico e burocratico dell’intero stato. Altresì, è opportuno sottolineare le problematiche riconducibili ai fenomeni di Land Grabbing che - orchestrati dalle multinazionali, in particolare cinesi e indiane, e preposti alla produzione di biogas - ostacolano l’auto sussistenza economica nell’ormai paupero territorio.  Purtroppo, i punti critici non sono finiti. Si registrano invero rilevanti complicazioni in ambito vuoi ecologico, concernente l’elevato tasso di inquinamento ambientale, vuoi sanitario, vista la difficoltà ad accedere ai servizi di diagnosi, vuoi, alfine, in ambito educativo, dati gli esosi costi da sostenere. Parimenti, per concludere, è doveroso menzionare il considerevole flusso migratorio dei burkinabè, polarizzato in seno al quadro finora descritto, verso lo Stivale, soprattutto nel Mezzogiorno laddove vengono assunti nelle piantagioni di pomodori.

Ebbene, tirare le somme in questo delicato e tetro contesto potrebbe inevitabilmente risultare una manovra intrinseca di ipocrisia e superficialità. Viceversa, è auspicabile una riflessione intorno un noto discorso di Sankara. Un discorso che oggi…

“L'imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che vengono con dei cannoni a conquistare un territorio, imperialismo è più spesso ciò che si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di comandare tutta l'umanità. Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa. Abbiamo un nemico comune.”