Fotografia LGBT: La libertà di scrivere con la luce di Lisetta Carmi

Arte del 24-06-2017
di Carlo Tommaso Bisaccioni

Fotografia LGBT: La libertà di scrivere con la luce di Lisetta Carmi

“La fotografia è uno strumento di denuncia che può contribuire a cambiare lo stato delle cose. Per farlo è necessario partecipare col cuore, essere emotivamente con chi ha bisogno”.

(Le cinque vite di Lisetta Carmi)

Esistono molti fotografi che hanno fatto la storia, ma sono poche le donne conosciute in questo ambito che con il loro lavoro hanno portato un contributo notevole. Una di queste è Lisetta Carmi, oggi 94 anni, attiva negli anni ’60 e ‘70 a Genova.Nasce da una famiglia borghese di origine ebraica. Perseguitata dal fascismo che la espulse da scuola a 14 anni, costringendola a trasferirsi in Svizzera con la famiglia capisce sulla sua pelle cosa sia l’emarginazione e l’ingiustizia sociale già prima di dedicarsi alla fotografia. Si dedica alla musica, suonando il pianoforte, fino a quando deciderà di abbandonarlo per dedicarsi alle immagini. Lisetta vede nella fotografia un mezzo per la ricerca esistenziale, attraverso lo sguardo sugli altri come strumento politico di denuncia. Nel 1960 si iscrive al partito Comunista e nel 1962 diventerà fotografa di scena del Teatro Duse di Genova dove vi lavora per 3 anni. Nel repertorio di immagini della sua vita ha fotografato di tutto: dai travestiti, ad un parto all’Ospedale Galliera, ritratti di personalità del mondo culturale, al duro lavoro al Porto di Genova, il cimitero di Staglieno, l’alluvione di Firenze, la metropolitana di Parigi e i numerosi viaggi in Sicilia e Sardegna fino ad arrivare in India, Israele, Afghanistan, Venezuela, Messico e Colombia. Vince anche un prestigioso premio europeo per il reportage sugli ultimi giorni del poeta Ezra Pound. “Non ho mai lavorato per il successo, ma per capire l’umanità”.

Lisetta è una ribelle. Già nell’infanzia dichiarava che non si sarebbe mai sposata, perché non voleva padroni. È una giovane idealista che farà della sua filosofia di vita il suo cammino, il bisogno di essere con gli altri, di essere d’aiuto, di essere sempre e comunque dalla parte di chi soffre. Le immagini più conosciute sono sicuramente quelle degli anni Sessanta, sulla vita dei travestiti a Genova dove racconta il diritto di voler essere sé stessi, esprimendo la propria identità. Li stima e ammira: “I travestiti e i transessuali sono persone meravigliose” dichiara. L’incontro avviene in modo casuale, nel 1965 ad una festa di capodanno: “Sono stata una sera di un capodanno del 1965 con un amico che li conosceva. Li ho cominciato a fare un sacco di fotografie e gliele ho regalate. Non le ho mai vendute ai giornali”. Li percepisce subito come essere umani che vivono e soffrono le contraddizioni della società, come minoranza ricercata da una parte e rifiutata dall’altra. La stessa società bigotta, fatta da quelli che sono i loro clienti, borghesi, stranieri, padri di famiglia, mariti. Si concentra sulle loro vite, indagando la realtà con l’intento di conoscerli, proteggerli e difenderli. Si trasferisce nel quartiere “Maudit” definito il “ghetto” omosessuale, ci vive per 6 anni (1965-1971) scoprendo le loro sofferenze, l’emarginazione, le violenze, gli arresti: “Il travestimento era un reato, spesso venivano arrestati. La polizia avrebbe voluto arrestare anche me perchè ero comunista”. Indaga su un mondo molto diverso da lei, per valori e comportamenti che la arricchiscono: “Grazie a loro ho capito di essere una donna che rifiutava il ruolo femminile ma non la sua appartenenza ad esso”.

Racconta di Morena conosciuta anche da Fabrizio de Andrè che le dedicherà la canzone “Via del Campo”, della Gitana, il capo del gruppo, sfrontato omosessuale. Elena, gruista di giorno e bionda di sera, Pasquale il gentiluomo napoletano che da donna veste “straccetti” da uomo solo “tight”.Ogni tempo è ricco di persecuzioni, si continua ad odiare per categorie. “Mi interessa lavorare per gli altri, tutta la vita ho cercato di dar voce a chi non c’è l’ha sono stata dalla parte dei più umili” dice Lisetta. E il reportage sui travestiti è il messaggio più forte del suo pensiero umano.Lisetta è una fotografa solitaria che non si confronta con altri fotografi. Per lei la macchina fotografica è uno strumento di conoscenza di sé stessa e di ciò che le sta attorno. La fotografia è uno strumento di denuncia che può contribuire a cambiare lo stato delle cose. Per farlo è necessario partecipare col cuore, essere emotivamente con chi ha bisogno.Nel 1972 esce anche un libro edito da Essedi, “Travestiti” finanziato da Sergio Donnabella, ma le librerie si rifiutano di esporlo per il tema troppo osè. La reazione alla pubblicazione del libro fu spaventosa. A Milano le librerie non lo esponevano neanche in vetrina. Cesare Musatti si rifiutò di presentarlo dicendo che per lui erano tutta gente da mettere all’ospedale. Alla fine lo presentò Mario Mieli a Milano e Dacia Maraini a Roma.Ma la vita di Lisetta è ancora piena di avventure e cambiamenti. In uno dei viaggi in India conosce il maestro Babaji considerato il padre del kriya Yoga , che la chiamerà Janki Rani (Regina Janki). Vive diverso tempo in India e vi farà ritorno numerose volte per continuare la formazione con lui: “Sono stata chiamata e alle chiamate importanti bisogna rispondere”.

Nel 1979 si trasferisce a Cisternino, in Puglia, dove fonda l’ashram Bhole Baba e si dedica alla diffusione degli insegnamenti del suo maestro, vivendo in un trullo e insegnando karma yoga, considerata la più potente delle meditazioni perché significa “lavorare senza interesse personale”, essere presenti in quello che facciamo con concentrazione e dedizione.La vita di Lisetta è sicuramente stata costellata di numerosi passaggi. Un percorso che nasce con la musica, approda alla fotografia per giungere alla spiritualità e alla libertà del proprio essere. Una fotografia militante, politica e di denuncia a difesa degli umili. A chi le chiede quale sia il suo segreto risponde: “Vivo in verità, semplicità e amore e sono una persona libera”.

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.




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