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Emile Zola - ''Germinal'' - Il grido della creatura oppressa

Letture e Poesie del
di Politeia Arezzo
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Emile Zola - ''Germinal'' -  Il grido della creatura oppressa

“E, sotto i suoi piedi, i colpi profondi, i colpi ostinati dei picconi continuavano. I compagni erano tutti laggiù, sentiva che lo seguivano passo passo. Sotto quel campo di barbabietole non c’era la Maheude, con la schiena rotta e quel respiro così rauco che saliva accompagnato dal ronzio del ventilatore ? Gli sembrava di riconoscerne altri, a sinistra, a destra, più in la, sotto i campi di grano, sotto le siepi vive e sotto alberi giovani. Adesso, in pieno cielo, il sole d’Aprile brillava in tutta la sua gloria scaldando la terra che partoriva. Dai suoi fianchi fecondi sgorgava la vita, le gemme si schiudevano in foglie verdi, i campi trasalivano sotto la spinta dell’erba nascente. Da ogni parte i semi si gonfiavano, si allungavano, screpolavano la pianura, tormentati da un bisogno di caldo e di luce. Un fiume straripante di linfa scorreva in un sussurro di voci, il suono dei germogli si diffondeva in un grande bacio. E intanto i compagni, sempre più distintamente, come se si fossero avvicinati alla superficie, battevano ancora e ancora. I raggi infuocati del sole,  in quel mattino di giovinezza, era di questo rumore che la campagna era gravida. Degli uomini spuntavano, un esercito nero, vendicatore, che germinava lentamente nei solchi e cresceva per i raccolti del secolo futuro, e presto la sua germinazione avrebbe fatto esplodere la terra. “

Questa è l’immagine conclusiva dell’opera di Zola che ci restituisce insieme, non solo il significato fondamentale e fondante della suddetta, ma anche il suo messaggio per il lettore di ogni epoca. Il titolo “Germinal”, ha infatti una forte valenza simbolica e metaforica : allude in primo luogo ad una vicenda storica specifica quando, dopo il 1789, i rivoluzionari francesi abbatterono la Monarchia per instaurare la prima Repubblica, decidendo di sostituire il vecchio calendario istituzionale, caratterizzato  dai cicli settimanali della religione ebraica e cattolica, definita "complice di tutti i crimini del Re",  con un nuovo calendario laico, “de-cristianizzato”, che avesse alla base il sistema agricolo e il ciclo delle stagioni. Il settimo mese, che cadeva tra marzo e aprile, venne chiamato "germinale" proprio perché era il mese in cui la natura germogliava, e proprio con un soffio del "vento di marzo" ha inizio la narrazione. Ma “Germinal” si carica anche di un ulteriore significato, in quanto fa riferimento alle lotte dei minatori che condussero nel giugno – ottobre del 1869 nel dipartimento della Loira e in quello dell’Aveyron (Francia meridionale). Zola, per documentarsi accuratamente e direttamente, nel febbraio-marzo 1884 si recò a Denain, nella Francia del Nord, il cui pozzo era di proprietà della compagnia mineraria di Anzin, la più importante dell’epoca, e visitò le abitazioni dei minatori, sentì “il puzzo di cipolla cotta che ristagnava dalla sera prima e appestava l’aria calda“ di ogni casa del borgo, le taverne e gli altri luoghi di ritrovo, ma soprattutto scese nei pozzi minerari, constatando di persona le condizioni cui dovevano sottostare quanti lavoravano all’estrazione del carbone. Germinal è essenzialmente questo, e lo dichiara lo stesso Zola : “Il romanzo è la rivolta dei salariati, una spallata alla società, che per un istante scricchiola: insomma la lotta tra capitale e lavoro”, che costituisce la questione più importante del XX secolo, ma anche del XXI, con una novità scandalosa per l’ultimo decennio dell’800 : come afferma Pierluigi Pellini, Zola descrive “le forme che assume il conflitto tra proprietà e operai, nel contesto economico di un capitalismo sempre più dominato dai grandi cartelli monopolistici … constatando la crescente diffusione di società anonime o in accomandita, in cui popolazioni operaie enormi si trovano di fronte a una compagnia di azionisti e a un gestore”. Si assiste a quel fenomeno, oggi abituale, del venir meno del rapporto diretto e personale fra imprenditore e salariati. Le società anonime sono corpi astratti, il capitale non è più incarnato nella figura del padrone, “Zola intuisce perfettamente le conseguenze di una trasformazione economica che, spoglia il conflitto sociale del suo carattere antropomorfo”, infatti “ tale immenso capitale è inaccessibile, inafferrabile e invulnerabile”, e non si dispiega nella stessa dimensione tipicamente umana cui appartengono i minatori. Emblematica infatti, a tale proposito, è la frase pronunciata da Maheu, il miglior operaio del pozzo, il più amato, il più rispettato, quello che tutti citavano per il buon senso, il quale si rivolge così al direttore della Compagnie, Hennebeau, nel tentativo di scendere a patti su alcune condizioni di lavoro, prima di sfociare nello sciopero ad un rifiuto netto da parte del direttore :“ è proprio un peccato, signor direttore, che non possiamo difendere la nostra causa di persona. Potremmo spiegare un mucchio di cose e trovare delle ragioni che a voi evidentemente sfuggono … se solo potessimo sapere dove rivolgerci..”. 

Ma alla evanescenza e indefinitezza del capitale si contrappone un altro soggetto impersonale: la folla, la massa dei minatori scioperanti al grido di giustizia: “noi vogliamo solo giustizia, siamo stufi di morire di fame e ci sembra che sarebbe ora di metterci d’accordo perché possiamo avere almeno un pezzo di pane tutti i giorni … crepare per crepare, preferiamo crepare senza far niente. Perlomeno risparmiamo la fatica”. La moltitudine avanza apparendo come “l’orgasmo di un intero popolo, uomini, donne e bambini affamati e incitati al giusto saccheggio degli antichi beni di cui erano stati derubati. Il freddo non lo sentivano più, quelle parole ardenti li avevano scaldarti fino nelle viscere … che sogno essere i padroni, smettere di soffrire, godere finalmente. E così perdio tocca a noi, a morte gli sfruttatori!!”. Il corteo urlante prosegue dunque la sua corsa, attraversa numerosi impianti minerari, li devasta per rendere impossibile l’estrazione del carbone, e infine arriva nei pressi delle case dei borghesi:  “una fiumana nera, una moltitudine urlante che sbucava dal sentiero per Vandame”, “ sembrava soffiasse un vento di tempesta, una di quelle raffiche improvvise che precedono i grossi temporali”, quella moltitudine che in un “mugghio confuso” intonava la Marsigliese viene infine descritta da Zola come :“ la rossa visione della rivoluzione che fatalmente, in una sera cruenta, di quella fine di secolo, li avrebbe travolti tutti. Si, una sera, il popolo, senza più vincoli né freni, si sarebbe scatenato così lungo le strade, grondando del sangue dei borghesi, portando in giro le teste come trofei, seminando l’oro degli scrigni sventrati. Un popolo fatto di donne che urlavano, di uomini con quelle stesse fauci da lupo, spalancate per azzannare. Si, sarebbero stati quegli stessi stracci, quello stesso rombo di grossi zoccoli, quella stessa ressa spaventosa di pelli sporche, di aliti puzzolenti a spazzar via il vecchio mondo, sotto la loro spinta incontenibile di barbari. Sarebbero scoppiati incendi, delle città non sarebbe rimasta in piedi neanche una pietra, si sarebbe tornati alla vita selvaggia nei boschi, dopo la grande orgia, la grande abbuffata in cui i poveri, in una notte, avrebbero sfiancato le donne, e svuotato le cantine dei ricchi. Non ci sarebbe rimasto niente, non un soldo dei patrimoni, non un titolo delle posizioni sociali raggiunte, fino al giorno in cui, forse, sarebbe rispuntata una nuova terra. Si, erano queste cose che passavano sulla strada come una forza della natura, e loro ne ricevevano in faccia il terribile vento’’.

Gli scioperanti inferociti, le masse furibonde appaiono come bestiali e animalesche per gli atti sanguinolenti e forsennati che compiono al loro passaggio, e anche per questo Zola fu molto criticato dai suoi contemporanei :  ma alle critiche l’autore contrapponeva sempre la sua concezione del mondo per cui  la violenza del proletariato assetato di sangue potrà essere scongiurata da significative riforme sociali, capaci di incidere sulla miseria delle masse in modo radicale e determinante. In assenza di queste,  la responsabilità ultima di tali atti dovrà essere individuata nella miopia e nell’egoismo della classe borghese dominante, che ha costretto tanta povera gente alle condizioni bestiali di vita e di lavoro. Pierluigi Pellini racconta infine il funerale di Zola, immagine dell’importanza che l’autore ha avuto per la descrizione “delle condizioni di vita del proletariato“, nelle quali sono “riassunte tutte le condizioni di vita della società moderna nella loro asprezza più inumana” : i minatori di Denain, in delegazione ai funerali dello scrittore, in tenuta da lavoro nell’immenso corteo che si snodava per le vie di Parigi avvicinandosi al cimitero di Montmatre, il 5 ottobre 1902, scandivano il titolo del libro che per primo aveva dato dignità letteraria alla loro inumana fatica, voce universale alle loro sacrosante rivendicazioni, credito poetico e profetico, al futuro germinare di una società più giusta.Sull’esempio di Zola dovremmo forse chiederci noi, giovani del XXI secolo, se veramente il grido di quegli uomini e di quelle donne, dei bambini e delle bambine di Montsou, sia stato ascoltato e rispettato, se oggi possiamo affermare che certe condizioni disumane di esistenza non vengano più perpetrate dalla nostra civiltà : la risposta è sicuramente negativa, non solo non possiamo affermarlo, ma disastri come quello descritto dall’autore ancora oggi si verificano a causa delle medesime condizioni di lavoro insicure e opprimenti. Purtroppo gli esempi possono essere molti dagli inizi del ‘900 a oggi, se consideriamo le tragedie minerarie dove sono morti italiani l’esempio più emblematico è quello dell’8 agosto 1956 a Marcinelle, in Belgio, in cui un incidente provoca la morte di 462 minatori dove più della metà sono italiani. Se vogliamo invece avvicinarci ai nostri giorni nel 2014 un altro drammatico incidente è avvenuto in Turchia, a Soma dove in una miniera di carbone un’esplosione ha provocato la morte di 284 minatori. Per questo è importante continuare a parlare di Zola, e con le parole di Pierluigi Pellini potremmo dire “Germinal è ancora oggi un  libro terribile, e ciò è vero a maggior ragione nell’epoca del capitalismo globale, che ha sancito l’estensione planetaria del potere assoluto, sui corpi delle donne degli uomini, del deus absconditus della finanza. La forza perturbante del romanzo di Zola, il valore indiscutibile attuale e universale della storia che racconta, è motivo e garanzia di una sconvolgente evidenza: nelle condizioni di vita del proletariato sono riassunte tutte le condizioni di vita della società moderna, anche le nostre nella loro asprezza più inumana. Finché la rivoluzione non germinerà, possa perciò Germinal esibire sotto gli occhi ipocriti del lettore borghese - forse non più scandalizzato, ma ancora e sempre a disagio- perché la forza straniante della parola letteraria lo spogli di buona coscienza, possa perciò continuare a schizzargli in faccia lo sputo nero di Bonnemort”.

 

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