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Timone di Atene: ''La tragedia del Denaro''

Letture e Poesie del
di Politeia Arezzo
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Timone di Atene: ''La tragedia del Denaro''

Da Shakespeare a Marx

Timone d’Atene è un dramma in cinque atti in versi e in prosa, presumibilmente composto da Shakespeare tra il 1604 ed il 1608, per essere poi pubblicato nel 1623.  

Il primo atto si apre con il protagonista, Timone, ricco ateniese, generoso quanto scialacquatore, che organizza un grande banchetto, a cui partecipano quasi tutti i personaggi. Distribuisce il proprio denaro senza parsimonia e tutti cercano di compiacerlo per averne di più, tranne Apemanto, un filosofo il cui cinismo non piace a Timone. Egli biasima infatti Timone perché è solito lasciarsi blandire dagli omaggi di poeti e pittori, gioiellieri e qualunque altro abile adulatore, elargendo e patrocinando in cambio molto più di quanto egli in realtà non dovrebbe, oltre che prestare soccorso a dubbi amici che versano in gravi difficoltà finanziarie. “Vedete come gli uomini, pur nella loro diversità di condizione ed animo, dai più superficiali e futili ai più austeri e gravi, offrono i loro servigi a Timone... Ho raffigurato al sommo di un collicello ameno e aprico la Fortuna. In trono. Alla base di quell’altura ho schierato i vari tipi d’uomini che nei loro vari meriti su questa nostra sfera si adoprano a migliorarsi la vita. In uno tra tutti questi che tengono fisse le pupille a quella sovrana della Fortuna, ho raffigurato Timone che la Fortuna d’un cenno della sua mano d’avorio chiama a se e con questo cenno lampo muta istantaneamente quei suoi concorrenti in servi e schiavi.”

In questa stessa scena del primo atto Shakespeare descrive la condizione di Timone, e in questa fonda e fa discendere ineluttabilmente la sua fine “quelli che fino a poco prima erano stati i suoi pari e anche superiori a lui, da quel momento gli fanno codazzo; gli inzeppano i vestiboli di attesa, gli versano dentro gli orecchi una pioggia di sussurrate suppliche, gli adorano come sacre reliquie i ferri delle staffe; non bevono l’aria che respirano che in grazia sua … finisce che quando la Fortuna capricciosa e volubile, respinge in basso il suo favorito di un tempo, tutti questi zelanti che a forza di mani e di ginocchi arrancavano dietro di lui su per lo scosceso colle lo lasciano rotolar giù e nessuno lo segue nel suo precipitare”. Flavio, il maggiordomo di Timone è infatti preoccupato che il suo signore  abbia sperperato tutti i suoi beni esagerando con la sua munificenza, perciò egli tenta di destare Timone dal suo generoso sonno senza successo. Timone però, comprendendo il suo stato di grave indebitamento, nonostante la vergogna e il rammarico, si vede costretto ad inviare dei servi ai sui più cari amici per richiedere un loro soccorso immediato.

Ad uno ad uno i servi vengono congedati senza alcun tipo di aiuto, se non con dichiarazioni di “solidarietà e simpatia verso il loro padrone“. Timone, rimasto deluso dal comportamento degli amici, palesati come dei falsi parassiti e approfittatori, pianifica la sua vendetta ed organizza una festa più modesta, in cui invita gli amici fedifraghi, facendo servire in vassoi ed anfore, sassi ed acqua bollente; di fronte allo stupore dei commensali Timone scaglia contro di loro le prelibate leccornie, poi  fugge fuori dalle mura della città, rifugiandosi in una zona selvaggia e trovando riparo in una grotta. Qui scopre un tesoro sepolto e la notizia si diffonde in tutta la città, arrivando fino all’attenzione dei suoi presunti amici e fedeli servi, i quali accorrono da Timone perseverando nella condotta loro usuale, blandirlo ed elogiarlo al fine di ottenere una parte della fortuna. Timone però, dopo aver mutato profondamente il suo animo e il suo comportamento, divenendo misantropo e diffidente, ha già deciso quale sarà la sua sorte, e si impicca. Prima però aveva finanziato la missione di Alcibiade, anche lui esule, volta all’assedio di Atene, il quale marciando verso la città, posa a terra il proprio guanto e conclude la tragedia leggendo l’amaro epitaffio che Timone aveva composto:“Qui giace una misera salma, lasciata da un’anima misera. Non cercare il mio nome e peste ai ribaldi superstiti. Qui è sepolto Timone che vivo odiò tutti i viventi. Passante, impreca tuo agio ma passa senza fermarti”. 

L’opera ha destato molte interpretazioni nel corso del tempo, e secondo la critica oggi è possibile definirla la “tragedia della vendetta”, considerandone l’aspetto centrale lo sfogo della delusione e dell’indignazione rancorosa covata da Timone, uomo che prima aveva sperimento la fortuna e l’agio, tali da consentirgli di circondarsi di una schiera di adulatori, poi costretto al cambiamento dal voltafaccia della Fortuna, divenendo  misantropo memorabile per le icastiche invettive contro la cupidigia e l’egoismo degli uomini.

Tuttavia Shakespeare non poteva essere più vicino all’uso che i classici greci facevano della tragedia, nello stigmatizzare un “tipo umano”, ed una “condotta umana”, negativi ed eticamente deplorevoli: in questo caso l’uomo smisurato, illimitato. Nel tempio di Apollo a Delfi vi era infatti scritto a caratteri cubitali un monito per tutti i greci, “conosci te stesso”, “nulla di troppo”, ed è essenzialmente questa seconda parte che rileva ai fini della tragedia: essa infatti rivela il valore che per i greci aveva la “misura” e il “limite” come norme sociali per evitare i due mali complementari della ricchezza illimitata e dell’illimitata povertà come fonti di dissoluzione della comunità. Nel nostro vivere quotidiano assistiamo invece, all’applicazione sistematica della regola opposta, all’ordinaria violazione del limite in favore del “cattivo infinito”, e cioè accumulazione illimitata delle ricchezze e all’accrescimento smisurato del profitto, oltre che della legge del bramare necessariamente di più che il modo di produzione impone ai suoi atomi sociali, in quello che Elias Cannetti definiva “il moderno furore dell’accrescimento”. Tale tema e quindi tale biasimo che l’autore indirizza verso Timone, trova espressione nelle parole di Apemanto “non hai mai conosciuto nella vita, la misura media, tu; ma sempre i due estremi opposti. Quando nuotavi nell’oro tra i profumi la gente ti rideva dietro per tue stravaganti raffinatezze; ora che in questi stracci non ti sono più consentite ti ridono dietro per il contrario”.

Di conseguenza il protagonista occulto della tragedia è lo stesso Denaro, per cui Shakespeare scrive “due gemelli nascono ad un punto dal medesimo grembo: concepimento maturazione e nascita a malapena arrivano a segnare tra loro una minima differenza. E ora manda a loro due diverse sorti: il più alto in grado disprezzerà l’inferiore. Innalzami ora quest’ultimo e abbassa quel primo… sollevami in alto il mendicante e spogliami di tutto il signore; il disprezzo ereditario passerà subito nel signore e nel povero la boria della nascita… perché chiunque sia un gradino più su è lusingato da chi è un gradino più in giù”. Con queste parole l’autore scaglia il suo pensiero verso il lettore con una straordinaria evidenza:  l’uomo non può che nascere in uno stato di eguaglianza, ciò che invece corrompe l’animo dell’uomo e lo differenzia dai suoi simili non puo’ che essere il Denaro. Tale ha a tal punto potere sull’uomo, da divenire l’elemento dirimente nella distinzione tra simili, non la capacità oratoria, non la bellezza, e nessun’altro aspetto puo’ essere più significativo se non le ricchezze possedute.

Esemplare è la citazione che Marx riporta nei “Manoscritti economico-filosofici” del 1844, “Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso... Esso allontana... i sacerdoti dagli altari, strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l’orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. è desso che fa risposare la vedova afflitta; colei che l’ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa, esso profuma e prepara di nuovo giovane per il giorno d’aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità, che rechi la discordia tra i popoli...” E più oltre: “Tu dolce regicida, o caro divorzio tra padre e figlio, tu splendido profanatore del più puro letto coniugale, tu Marte valoroso, seduttore sempre giovane, fresco, amato, delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata nel grembo di Diana; tu, dio visibile, che fondi insieme strettamente le cose impossibili, e le costringi a baciarsi! Tu parli in ogni lingua, per ogni intento; o tu pietra di paragone di tutti i cuori pensa, l’uomo, il tuo schiavo si ribella; e col tuo valore gettalo in una discordia che tutto confonda in modo che le bestie abbiano l’impero del mondo”. Il denaro viene considerato da Marx come “l’oggetto in senso eminente” in quanto attribuisce in capo a chi lo possiede il potere di acquistare tutti gli altri oggetti, “l’universalità di questa caratteristica costituisce l’onnipotenza del suo essere”. Egli scrive infatti “Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario? E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano?chimica della società.”

Tale può essere considerata quindi la ‘’tragedia del Denaro’’, ad oggi ‘’la nostra tragedia quotidiana’’: nel 2017 le statistiche rivelavano che 8 uomini possedevano la ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ben oltre il limite e la misura che i greci individuavano come condizione essenziale per la convivenza armonica della società. Ancora oggi come è evidente, l’illimitatezza è sinonimo di diseguaglianza e fino a quando, per dirla con le parole di Platone, coesisteranno due città, una dei ricchi e una dei poveri, nemiche tra di loro, vi sarà ‘’stasis’’, conflitto.  

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