Le Isole Spazzatura

Comunicazione del 16-10-2017
di Nicola Casucci

Le Isole Spazzatura

Immaginiamo di essere nel 2020. Entriamo in libreria, facciamo un giro e ci dirigiamo nel settore “Turismo”. Sì, quello con le guide ed i consigli per i viaggi. Stiamo valutando dove passare le prossime vacanze estive, cerchiamo un posto esotico, magari un’isola. Scorriamo un po’ di nomi, poi eccone uno che attira la nostra attenzione: le Isole Spazzatura. Conosciute internazionalmente come Trash Isles.

Detta così sembra un incipit per una storia neanche troppo originale, ma potremo non essere molto distanti dalla realtà. Nel giugno scorso, infatti, in occasione della Giornata mondiale degli Oceani, c’è chi ha inviato una Dichiarazione di Indipendenza nientepopodimeno che alle Nazioni Unite, per far riconoscere le Trash Isles come la 196esima nazione del Mondo.

Ma cosa sono queste Trash Isles? Sono delle isole che si stanno formando nel nord dell’Oceano Pacifico, fatte completamente di rifiuti. Si stima che si accumulino circa 8 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti: plastica, principalmente, che in totale ha raggiunto una superficie simile a quella della Francia.

Nonostante la gravità, il problema rimane ancora in buona parte ignorato. Ed è qui che entra in gioco la campagna messa in piedi dalla social media company LADBible insieme con la fondazione Plastic Oceans Foundation. Per il riconoscimento delle Trash Isles è stato creato tutto ciò di cui una vera nazione ha bisogno: una bandiera ufficiale, con una bottiglia di plastica galleggiante tra una banda blu ed una bianca come simbolo. Una moneta, il Debris, che al momento ha banconote con tagli da 100, 50 e 20, raffiguranti animali in difficoltà tra distese di rifiuti. Francobolli, utili per spedire cartoline dalle vostre vacanze-spazzatura, e persino un passaporto, fatto di materiali riciclati e necessario per dimostrare di avere la cittadinanza nel nuovo stato. E siamo solo all’inizio: già si pensa a un inno nazionale, alle elezioni generali e pure alla fondazione di una nazionale di calcio.

Ma tutto questo è sufficiente per creare una nuova nazione? Beh, stando a quanto stabilito nell’articolo 1 della Convenzione di Montevideo sui diritti e doveri degli Stati, i requisiti affinché una nazione possa definirsi tale sono a) avere una popolazione permanente, b) avere un territorio definito, c) avere un governo e d) avere la capacità di stringere relazioni con altri Stati. Se sugli ultimi tre punti gli ideatori della campagna hanno pochi dubbi, è sul primo punto che si concentrano gli sforzi maggiori di questi giorni. Infatti, dopo aver presentato al mondo il primo cittadino onorario delle Trash Isles (il nome Al Gore vi dice niente?), è stata lanciata una raccolta firme su Change.org diretta alla segreteria delle Nazioni Unite. Simbolicamente, ogni adesione sarà considerata come una richiesta di cittadinanza alle Trash Isles, che vedranno così aumentare la propria popolazione e le chance di rispettare quanto richiesto nel precedente punto a) avere una popolazione permanente. Ad oggi, le firme sono quasi 150mila.

Ma perché tutto questo? Cos’è che si vuole ottenere? La volontà di veder riconosciute le Trash Isles come una vera e propria nazione ha un obiettivo pratico. Esiste, infatti, una Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo che, al suo interno, recita qualcosa come: "Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre". Questo significherebbe, paradossalmente, che se le Trash Isles riuscissero nel loro intento di essere riconosciute come nazione, tutti gli altri stati dovrebbero impegnarsi in una concreta opera di pulizia, proprio per “tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre”.

Ecco quindi spiegati i perché di questa campagna: se i governi continueranno ad ignorare o trattare con superficialità il problema dell’inquinamento degli oceani, il riconoscimento di una nazione fatta interamente di spazzatura li obbligherebbe perlomeno a considerare la drammatica situazione e ad agire di conseguenza.

Adesso hai due possibilità: firmare la petizione e richiedere la cittadinanza nelle Trash Isles, oppure fare sempre più attenzione agli usi e agli sprechi di plastica nella tua vita quotidiana. O entrambe le cose.

Nota: la campagna è approdata davvero alle Nazioni Unite: Stéphane Dujarric, il portavoce del Segretario Generale dell’ONU, ha dichiarato che la campagna “è creativa ed innovativa. Ma le possibilità che venga riconosciuta sono abbastanza vicina allo zero”. LADBible ha risposto inviando un “pacchetto di benvenuto” virtuale direttamente dalle Trash Isles, contenente una cartolina ed il passaporto per Stéphane Dujarric. La campagna va avanti.

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.




POTREBBERO INTERESSARTI