Sotto la Torre del Cassero si ricomincia da tre

Curiosità del 31-07-2017
di Lucia Cini

Sotto la Torre del Cassero si ricomincia da tre

Solo tre parole “Sole Cuore Amore”. Vi ricordate quella canzone che qualche estate fa rimbalzava di stazione radio in stazione? Daniele Vicari ha intitolato così il suo ultimo film, un’opera eccellente secondo la critica. “Un’Isabella Ragonese in stato di grazia” si è detto. Il suo cappotto rosso prorompe su di ogni scena, su di ogni inquadratura quasi a ricordare il cappottino - dello stesso colore - indossato dalla bambina di “Schindler’s List”. Due destini egualmente segnati, perennemente costretti a ritrovarsi sul filo del rasoio. Isabella Ragonese è Eli, Francesco Montanari è Mario, il marito. Francesco Montanari ci ha raccontato qualche sera fa, accompagnato dal savoir-faire giornalistico e cinefilo di Alessandro Boschi, che sul set di Vicari più che di Mario si parlava del “poro Mario”. Il suo personaggio riveste un ruolo minoritario e sicuramente secondario tuttavia fondamentale e attualissimo: la pellicola parla dei nostri tempi, del precariato, dei lavori sottopagati, della vita in periferia, di mogli che lavorano trascinandosi a se stesse e di mariti che restano a casa, che si inventano piccoli lavoretti tra compiti di matematica dei bambini e cene da arrangiare. Montanari ha gli occhi sorridenti quando, durante l’intervista, ripercorre quei momenti che lui stesso definisce di “ricreazione d’amore”: sono gli intermittenti, e così sparuti, attimi di condivisione di vita trascorsi da Eli e Mario ogni giorno, a giornata pressoché finita; sensazioni, momenti, brividi, tormenti, risate e stupidaggini che sorreggono - garantendone la sopravvivenza - tutti gli amori contemporanei, tutte le vite di coppia di questo mondo. Pane quotidiano, insomma. Le emozioni, quelle incredibilmente belle, sono arrivate anche ventiquattro ore prima circa. Sempre lì, sui gradoni della Chiesa di Sant’Angelo al Cassero. Davanti a noi Renato Scarpa. Semplicemente uno degli attori più presenti nella storia recente del cinema italiano, da Bellocchio a Montaldo, da Verdone a Troisi, da Argento a Moretti. Parole cariche di commozione e affetto nel ricordare l’amico Massimo: i giorni sul set de “Il postino”, la malattia, la sofferenza; eppure tanto cuore, tutto il cuore di Massimo Troisi che mai avrebbe permesso di girare quel film con “il cuore di un altro”. Perché lì doveva esserci tutto il suo cuore. Scarpa abbraccia continuamente Massimo che da lassù lo guarda. Insieme continuano a scherzare e a sorridere. Così come fa con Mariangela, Mariangela Melato: la sua incontrastata lealtà, il suo animo puro non cessano di accarezzare il ricordo di un uomo tanto umano come Renato Scarpa. Felicemente “anonimo”, seduto tra i tavoli dell’Area Cassero, assieme a tanti commensali, non stacca neppure per un attimo lo sguardo dallo schermo dove stiamo proiettando “Habemus papam” di Nanni Moretti. Lì interpreta il cardinale Gregori, protagonisti sono la Santa Sede, un nuovo Papa eletto e una coppia (separata) di psicanalisti. Un film potenzialmente profetico. Un’opera a cui Renato Scarpa tiene molto: un set impegnativo, grandi professionisti, una regia impeccabile e perfezionista, ancora una volta vesti clericali da indossare e interpretare. La proiezione si conclude, la fresca brezza si riscalda di caldi e gaudenti applausi. Scarpa si avvicina ai microfoni, ringrazia la platea: la voce è forse un po’ commossa, certamente emozionata. Prima di uscire dal Piazzale, si ferma a salutare: si presenta con chi non lo ha fatto prima, stringe le nostre mani e congedandosi tinge l’atmosfera blu cobalto di nuovi sorrisi. 

Solo tre parole “Sagra del Cinema”.

Il gusto della settima Arte a Castiglion Fiorentino. Sotto la svettante Torre del Cassero. Eccovi svelato dove è successo anche tutto questo.  

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