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La saga dei vinti di Jose Saramago

Letture e Poesie del
di Laura Baldi
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La saga dei vinti di Jose Saramago

Il romanzo di Saramago del 1980, Premio Nobel nel 1998, il cui titolo originale era "Levantado do Chão", letteralmente "alzato da terra" narra la storia della famiglia Mau-Tempo, composta dal capofamiglia Domingos, violento e beone e scansafatiche che finirà suicida, dal figlio João, che partecipa alle lotte contadine, e da Antonio, figlio di João. Sono poveri braccianti, costretti a vivere la miseria e le fatiche del latifondo con moglie e figli. Le vicende coprono un arco temporale che va dal primo Novecento in poi, sullo sfondo della dittatura salazarista. L’Alentejo è una terra dura, inospitale e avida in un Portogallo rurale staccato da tutto il resto del mondo, quello degli inizi del Novecento, povero e disperato, quasi un’isola lontana con velleità da impero coloniale. Nella grande coorte del bracciantato ignorante e sottomesso, legato a doppio filo con il latifondo, linfa dell’economia e al tempo stesso sanguisuga.

Domingos, uno zingaro inquieto con prole ed una moglie disposta a tutto pur di prenderselo come marito anche contro la volontà dei genitori affogando poi nel doveroso silenzio coniugale un rimorso senza fine, impastato con la malta della rassegnazione. Al suicida Domingos sopravvive la sua famiglia tra gli stenti, nel latifondo, partecipando ai tumulti intestini di un Portogallo che si trascina violentemente dalle prime lotte contadine del 1910 fino alla Rivoluzione dei Garofani del 1974. In mezzo quattro generazioni di Mau-Tempo che si consumano con João dagli occhi azzurri leggendari e unici e suo figlio Antonio che vivono sulla propria pelle le rivendicazioni del bracciantato, ma anche le meschinità di una insulsa guerra tra poveri. Sono protagonisti, spesso impotenti ed inconsapevoli, della brutalità e della cattiveria umana che all’interno del Paese arriva come una botta secca di rimando agli eventi che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo. La loro esistenza meschina è l’indegno risultato di quel patto tripartito tra chiesa, padroni e potere che all’evoluzione sociale di un popolo ha sempre risposto con la paura, con la violenza e con la menzogna…Saramago ha fatto del raccontare la Storia come si trattasse di una favola il suo tratto distintivo. Una terra chiamata Alentejo non esce da questo solco, anzi, ne scava uno ancora più profondo.  Il latifondo ed il suo indotto hanno sempre qualche fatica da assegnare a qualcuno: un metodo cinicamente democratico di mettere al mondo figli che diventeranno forza lavoro e già da bambini  si formano  fisicamente per spezzarsi la schiena nei campi o nei boschi o nei pascoli, bambini già uomini, giovani vite già vissute tra sudore e sangue.  Leggerlo è uno sforzo titanico, come tenere tra le dita migliaia di fili di un burattino senza dover intricare la matassa. Senza accorgercene ci invischiamo in righe di aspra denuncia per la Chiesa che inganna i poveri, per il potere che semina violenza cieca, per il padronato che schiaccia sotto il tacco della propria ricchezza il lavoratore. La storia di una famiglia diventa in realtà la cronaca del bracciantato rurale portoghese partecipe di una miseria condivisa. Il romanzo non ha la crudezza dei “Malavoglia” di Verga e, nella narrazione, ricorda in alcuni punti il Gabriel Garcia Marquez di “Cent’anni di solitudine” e possiede una forza avvolgente, un ritmo che è trascinante.