4 decadi di “Eroi”: il Sottile Duca Bianco e il periodo berlinese.

Musica del 08-03-2017
di Federico Nicchi

4 decadi di “Eroi”: il Sottile Duca Bianco e il periodo berlinese.

Il 3 luglio del 1973 il tempo della creatura aliena androgina, giunta sulla terra e divenuta una pop star fragile e narcisista, Ziggy Stardust, finì. Come una stella cometa, scintillò nel cielo e poi sparì nell’infinità dello spazio. L’annuncio di Bowie all’Hammersmith Odeon di Londra lasciò il pubblico, la stampa e i “The Spiders from Mars” (band di supporto di Bowie con cui registrò i due dischi: “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” e “Aladdin Sane”) increduli di fronte alle sue parole: "Tra tutti i concerti del tour, questo, questo in particolare ce lo ricorderemo per sempre, perché non soltanto è l'ultimo della tournée, ma è anche l'ultimo nostro concerto in assoluto. Grazie". Dalle parole citate sembrò che la carriera di David Bowie fosse giunta al termine, magari la sua idea era quella di incentrarsi in altre arti come la scrittura, intraprendere la carriera teatrale o la carriera cinematografica. In realtà la “morte” di Ziggy Stardust non fu altro che un nuovo inizio per mostrare al mondo una serie di alter-ego, scenici in perfetto stile teatrale mettendo in risalto questa formidabile capacità di conciliare teatro e musica che ha sempre contraddistinto David Bowie. Tra queste moltitudini di identità, una che merita particolare attenzione per la sua personalità, per la sua trasformazione nell’abbigliamento, per il modo di portare i capelli, per i pensieri e per il significativo contributo che darà alla carriera non solo musicale di Bowie è la figura che va sotto lo pseudonimo “The Thin White Duke”.

Personaggio nato nel periodo che oscilla tra il 1975 e il 1976, tra i dischi “Young Americans” e “Station to Station”. Il brano “Station to Station” fa riferimento al passeggero del treno citando in una strofa:

 

The return of the Thin White Duke

Throwing darts in lovers’eyes.

 

Il ritorno del Sottile Duca Bianco

Che lancia dardi negli occhi degli innamorati.

 

Il periodo di collegamento tra Los Angeles, che ha affermato in modo permanente Bowie nel mondo della musica ma che lo ha anche devastato sotto ogni aspetto a causa dell’uso sfrenato di droga (pesava poco più di quaranta chili), e il Vecchio Continente, quella che sarà la sua ancora di salvezza liberandolo, non facilmente, dai demoni della cocaina ed ispirandolo alla creazione della trilogia berlinese, in ordine cronologico: “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979).

Il Sottile Duca Bianco, che lo stesso Bowie definì “un tipo ariano, un po’ fascista; uno pseudo-romantico che non prova affatto emozioni ma che fa sparate neo-romantiche”, un uomo dall’abbigliamento elegante ormai lontano dall’espressione glam, colorata, spaziale ma soprattutto rock che aveva caratterizzato Ziggy è un personaggio tormentato ed ossessionato dall’ideologia del nazionalsocialismo tanto che in un’intervista rilasciata per Playboy nel 1974, Bowie pronuncia queste parole: “Adolf Hitler è stato una delle prime vere rockstar. […]. Secondo me, era quasi allo stesso livello di Jagger”. Nell’aprile del 1976 venne fermato al confine dell’U.R.S.S. in possesso di testi di Goebbels e Speer e di cimeli nazisti. L’affermazione e l’evento scatenarono l’indegno collettivo. Bowie venne dipinto come sostenitore dell’apologia nazi-fascista. Il fatto più grave avvenne comunque nel maggio dello stesso 1976. Lo scandalo della Victoria Station. Dalla sua Mercedes decappottabile venne fotografato mentre salutava la folla con quello che fu scambiato per un saluto nazista, tendendo la mano sinistra al pubblico. L’insieme di questi fatti non potevano non passare inosservati, le razioni furono furiose. Lo stesso Bowie rimase disgustato dalla foto. La permanenza a Berlino mostrerà a Bowie la rovina provocata da questa ideologia malata e svilupperà un totale rifiuto del razzismo e del nazionalismo.

La sua ossessione era unicamente dovuta ad un’attrazione dal punto di vista teatrale. Non si trattava di dichiarazioni politiche, giustificando le affermazioni e il gesto come una conseguenza dovuta all’offuscamento mentale causato dall’abuso di cocaina. Il fascino dovuto all’instancabile ricerca, da parte delle truppe naziste, del Santo Graal e alle teorie di un’invasione in Inghilterra, prima della guerra, nelle terre di Glastonbury, per impossessarsi del magico tesoro. Da queste leggende si giunge alla teoria che una delle due figure di ispirazione del Duca Bianco fosse il tedesco Otto Rahn, studioso di storia medievale e scrittore, anch’egli ossessionato dalla leggenda del Santo Graal. Rahn scrisse due opere degne di particolare attenzione: “Crociata contro il Graal” e “Alla corte di Lucifero” che vennero approvate dal capo delle SS Heinrich Himmler, il quale si dedicò, prima dello scatenarsi della guerra, alla ricerca del Santo Calice.L’altra figura è contenuta nell’opera teatrale “The tempest” “La tempesta” scritta da William Shakespeare ed è incarnata dal mago Prospero, Duca di Milano, da qui il titolo nobiliare che assume il personaggio di Bowie, il cui regno fu usurpato dal fratello Antonio ed esiliato in un’isola.La combinazione di questi elementi: l’interminabile ricerca di qualcosa paragonabile alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi orizzonti musicali, il titolo nobiliare usurpato e in un qualche modo l’essere costretto a fuggire da quel mondo ricollegabile al completo allontanamento ed isolamento dal mondo a causa dell’abuso di droghe e l’approdo a Berlino ed infine il paranoico David Bowie, daranno come risultato la maschera del Sottile Duca Bianco.

Bowie, nei panni del Sottile Duca Bianco, fa ritorno nel vecchio continente, nella Berlino epicentro della guerra fredda spaccata dal Muro, divisa nella Germania Ovest capitalista e nella Germania Est comunista. Berlino rappresenta nella carriera di Bowie il punto di svolta della sua vita, il tentativo, insieme a James Newell Osterberg Jr. o più notoriamente conosciuto come Iggy Pop, di aiutarsi reciprocamente per uscire dalla tossicodipendenza e di provare a creare una melodia nuova, influenzata dal sound elettronico tedesco tipico dell’epoca: il “krautrock”; in particolare quello dei tedeschi Kraftwerk, un suono molto dark e nostalgico. Berlino era ed è una città ricca di cultura infatti Bowie, nei momenti liberi, trascorreva le sue giornate tra gallerie d’arte, librerie e musei; in particolare al Brüke Museum. Un museo in cui sono raccolte opere dei massimi esponenti del movimento espressionista d’avanguardia tedesco. Dipinti in grado di creare atmosfere melanconiche generando stati di immotivata tristezza ed ansia, e, paradossalmente, riaccesero in Bowie la passione. La passione nel dipingere, rendendolo più vivo e sempre più lontano dal mondo della droga anche se per compensare quella mancanza fumava molto ed era una spugna che assorbiva alcol.

Dopo aver fatto uscire il 14 gennaio 1977 il primo disco della trilogia berlinese, anche se fu realizzato a Parigi, il cupo ed incentrato sul male di vivere “Low” e aver prodotto i dischi di successo dell’amico Iggy Pop: “The Idiot” e “Lust for Life”; Bowie si chiuse all’Hansa Tonstudio, ex sede della società edilizia della città, situato a Berlino Ovest proprio a ridosso del muro, richiamando a se la formazione del precedente disco “Low”: l’ex Roxy Music Brian Eno con il suo synth EMS VCS3, la sua musica d’ambiente e le sue “strategie oblique”, il produttore Tony Visconti che già in passato aveva lavorato con Bowie, Carlos Alomar alla chitarra, Dennis Davis alla batteria, George Murray al basso e per concludere, si aggiunse alla formazione di “Low”, anche il virtuoso e geniale chitarrista dei King Crimson Robert Fripp.

Le liriche furono in gran parte create utilizzando la tecnica del cut-up. Una tecnica di composizione che consiste nel tagliare un testo scritto, lasciando intatte parole o frasi, mischiandole la cui ricomposizione renderà un nuovo testo mantenendo comunque un senso logico anche se può risultare incomprensibile. Bowie prende spunto nel fare uso di questa tecnica dallo scrittore statunitense, grande esponente della Beat Generation, William Seward Burroughs, con il quale nel 1974 ebbe un dialogo. L’intervista fu pubblicata nella rivista “Rolling Stone”.Anche le “strategie oblique” di Brian Eno furono utili a Bowie aiutandolo nei momenti di completo intasamento mentale in modo da evadere dalla tradizionale via di composizione e sbloccarlo favorendo il pensiero laterale. Le “strategie oblique” consistono in un mazzo di carte create dalla collaborazione di Eno e dall’artista Peter Schmidt in cui sono riportate delle frasi volte a riaccendere la mente.

Sullo sfondo del muro di Berlino, in una terra devastata dalla guerra nasce quindi “Heroes” il dodicesimo disco e il secondo punto della trilogia berlinese di Bowie. Un lp strutturato in maniera analoga al precedente “Low”: il lato A composto da brani pop e il lato B molto più sperimentale composto da brani per lo più strumentali.La differenza sostanziale rispetto al precedente lavoro sta nell’animo dello stesso David. La depressione, la desolazione, le paranoie e i tormenti sono adesso schiacciati dalla passionalità e dalla voglia di Bowie di tornare a vivere, dalla capacità di un ex malato che dopo un lungo periodo di degenza sente il disperato bisogno di manifestare le sue emozioni.

Il disco si apre con il brano “Beauty and the Beast”, un brano che definisce la natura schizofrenica dell’autore il quale assume una doppia personalità. Da una parte la sensibilità dell’artista e dall’altra lo spietato mostro. Fu in questo periodo di cura che Bowie si rese conto del ruolo importante che ricopre un padre sentendo il bisogno di adempiere a questa responsabilità (la maschera buona e sensibile). Riuscì, dopo tante difficoltà legate al divorzio con Angela Bowie che ottene una buona uscita di 750.000 dollari, a vincere la causa, a strappare alla madre e ad ottenere la custodia del figlio Zowie (nonostante Angela avesse una relazione molto accesa con l’uso di droghe e di certo non era la madre più premurosa al mondo, qui si ha un cambiamento radicale di personalità di Bowie il quale indossa la maschera della bestia). Nelle circostanze familiari, Zowie veniva soprannominato Joe ed è da questo nomignolo che prende vita il brano dell’eroico “Joe the Lion”, brano ispirato alle vicende artistiche pericolose del performer Chris Burdon e ai sogni di Bowie ad occhi aperti. Un pezzo potente, colmo di invenzioni sonore, in cui fece largo uso della tecnica cut-up rendendolo completamente incomprensibile a livello lirico.

Eno lo definì: “imponente ed eroico”. “Heroes” è il brano attorno al quale ruota l’intera opera. Un esperimento paragonato alla tecnica “Wall of Sound” stabilendo un legame tra la strumentazione classica, la suggestiva ed inusuale linea solista della chitarra suonata da Fripp incatenata perfettamente al riff elaborato da Alomar, e quella “più ricercata”, in questo caso si trattava di trovare la giusta oscillazione del sintetizzatore gestito da Eno. Furono eseguite incisioni e sovraincisioni in grado di creare infine un suono unisono e denso. Prima del termine delle registrazioni, Eno con la sua affermazione di evocazione eroica fu fonte di ispirazione per Bowie nello scegliere il titolo del brano e nella composizione del testo. I protagonisti sono i due amanti costretti a vivere il loro amore in una condizione pericolosa, a ridosso del Muro di Berlino, sotto una torretta di controllo e sotto il mirino dei fucili sovietici. I due eroi che con la forza del loro amore avrebbero infine abbattuto il terribile muro.La storia scritta da Bowie fa riferimento ad un episodio realmente accaduto a cui ebbe la possibilità di assistere attraverso una finestra dell’Hansa Tonstudio che dava sul muro. Un’avventura amorosa, che solo nel 2003 venne confermata, tra il produttore ed amico Tony Visconti e la corista Antonia Maas.

 

I, I can remember

Standing, by the wall

And the guns shot above our heads

And we kissed, as though nothing could fall

And the shame was on the other side

Oh we can beat them, for ever and ever

Then we could be Heroes, just for one day.

 

Io, io riesco a ricordare

In piedi accanto al muro

E i fucili sparavano sopra le nostre teste

E ci baciammo, come se niente potesse accadere

E la vergogna era dall’altra parte

Oh possiamo batterli, ancora e per sempre

Allora potremmo essere Eroi, anche solo per un giorno.

 

Tutti i brani, eccetto uno, contenuti in “Heroes” vennero composti tra le mura dell’Hansa Tonstudio. Il brano escluso da questo insieme è “Sons of the Silente age”. Un brano, che con i suoni governati dal sax e i cori che accompagnano il canto, tende a rivolgersi ad una generazione di persone prive di emozioni: i figli dell’era del silenzio. I figli dei berlinesi i cui padri pochi anni prima furono costretti ad affrontare le devastazioni della guerra raffigurando i figli in individui completamente esterni al mondo, quasi automi, ma che in realtà, nel profondo, sono comunque dotati di un pizzico di sentimento e della capacità di sognare e sognare:

 

Sons of the silent age

Make love only once but dream and dream.

 

I figli dell’era del silenzio

Fanno l’amore una volta sola ma sognano e sognano.

 

Inizialmente Bowie aveva pensato di attribuire a questo brano l’onore di essere la title track del disco.

E di colpo fu “Blackout”! La forte influenza new wave e post-punk che Bowie ricevette durate l’esilio europeo è percepibile attraverso questo brano, attraverso questo suono e questo canto oscuramente schizofrenici:

 

Get me to a doctor’s

I’ve been told

Someone’s back in town the chips are down

I just cut and blackout

I’m under Japanese influence.

 

Portatemi da un dottore

Mi hanno detto

Che qualcuno è tornato in città

I giochi sono fatti

Io taglio corto ed è blackout

Sono sotto influenza giapponese.

 

Nella strofa Bowie si riferisce all’improvviso ritorno della moglie Angie poiché, in seguito alle discussioni relative al divorzio e all’affidamento del figlio, Bowie ebbe un crollo, un blackout. In seguito ad esami, i medici stabilirono che il crollo fu causato da stress fisico a cui era sottoposto.

L’influenza giapponese e il fascino che Bowie ha sempre provato per la tradizione della terra del sol levante si spiega ascoltando una delle tracce successive, il brano completamente strumentale “Moss Garden” presenta l’uso del koto, strumento a corde giapponese. Un brano delicato, etereo, in grado di evocare le atmosfere esotiche della cultura giapponese.

Analogamente a “Low”, il lato B di “Heroes” è composto da brani per lo più strumentali ed oltre a “Moss Garden” si presentano “V-2 Schneider”, omaggio a Florian Schneider leader della band tedesca Kraftwerk, “Neuköln”, in riferimento al quartiere berlinese Neukölln, zona prevalentemente abitata da immigrati turchi. Il brano è caratterizzato dal suono lamentoso del sax suonato da Bowie.

L’ultimo brano strumentale è “Sense of Doubt”, un brano tenebroso, del tutto opposto alle atmosfere di “Moss Garden”, accompagnato dalle oscure note di un pianoforte e gli echi del synth. Per promuovere il brano, venne realizzato il videoclip in cui il protagonista è lo stesso Bowie che ricopre il ruolo di mimo. Durante la performance assume più volte la posizione caratteristica dell’immagine di copertina del disco.

Dalle terre nipponiche Bowie sposta il suo sguardo verso la direzione del medio oriente concludendo il disco con il brano “The Secret Life of Arabia” prendendo spunto dal libro scritto da Philip Knightley e pubblicato nel 1969: “The Secret Lives of Lawrence of Arabia”; e dal kolossal del 1970 “Lawrence d’Arabia”, descrivendo le eroiche imprese del tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, capo della Rivolta Araba volto al combattere il terrore dell’impero ottomano.

 

"There's Old Wave. There's New Wave. And there's David Bowie..."

"C'è la Old Wave. C'è la New Wave. E c'è David Bowie...".

 

Il 14 settembre del 1977 la RCA annunciava l’uscita di uno dei massimi capolavori di David Bowie.

Quaranta anni fa usciva “Heroes”.

 

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