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L'umanesimo dei dati

Comunicazione del
di Nicola Casucci
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L'umanesimo dei dati

Qualche tempo fa, durante una classica navigata senza meta sul web, ho fatto una sosta su Frizzi Frizzi. Frizzi Frizzi è un magazine online di cultura pop, arte, design, moda e tutte quelle cose lì, che non capisci fino in fondo ma che sono così belle da riempirci le giornate.

Qualche tempo fa, dicevo, sono andato sulla sezione video di Frizzi Frizzi. Tra i più recenti, in vetrina, ce n’era uno con l’anteprima fatta di petali sui toni del rosa e del grigio, intitolato “Visualizzare (poeticamente) una malattia autoimmune”. Non ho letto l’articolo e ho premuto play.

Nel video i petali prendevano vita uno dopo l’altro, iniziavano a pulsare, ognuno con sfumature e dettagli differenti. Tutti erano legati ad un unico stelo, ed avevano ciglia rosse e nere ondeggianti al vento. A sottolineare queste evoluzioni, una musica creava un tappeto sonoro perfettamente sincronizzato con lo scorrere dei petali.

Non ne ho capito il significato, ed ho fatto bene a leggere l’articolo: dentro ci ho trovato una malattia (porpora trombocitopenica idiopatica), una information designer (Giorgia Lupi) e una musicista (Kaki King). Se conosco –più o meno– cosa siano una malattia ed una musicista, per capire cosa fosse una information designer ho dovuto interpellare il buon vecchio Google. Ho chiesto di “Giorgia Lupi”, e lui mi ha risposto con un po’ di cose che è valsa la pena scoprire.

Giorgia Lupi è una information designer, Italiana di stanza a New York, che lavora con i dati: li raccoglie, li analizza, li visualizza. Ma non passa il suo tempo dentro un laboratorio a creare grafici a torta con decine di variabili: l’esatto contrario. Crede in un umanesimo dei dati. Crede che ci debba essere l’essere umano al centro dei dati. Crede i dati siano imperfetti e soggettivi, che prima di tutto debbano raccontare delle storie. Crede che i dati rappresentino le persone, e che possano farci essere più umani ancor prima che più efficienti.

Giorgia Lupi è anche un’artista, ed i suoi modi di visualizzare i dati sono creativi ed anti-convenzionali: colori, forme e simbologie utilizzate per contestualizzare le informazioni non sfigurerebbero in un museo di arte moderna (ed infatti al MoMA di New York non hanno sfigurato per niente).

Partendo da queste premesse, non suonerà strano se una collaborazione con Samantha Cristoforetti (sì, proprio l’astronauta) non sia stata finalizzata all’elaborazione di migliaia di database ma, piuttosto, alla creazione di Friends in Space, una piattaforma attraverso la quale mandare uno “ciao” nello spazio seguendo l’orbita della navicella spaziale, in connessione con altri “ciao” inviati da zone vicine.

Oppure se una collaborazione con Stefanie Posavec (designer e fanatica dei dati pure lei, statunitense di nascita e londinese di adozione) si sia basata sullo scambio di cartoline disegnate a mano, per una comunicazione interamente analogica. Nel progetto Dear Data ogni cartolina  presentava da un lato una visualizzazione grafica dei dati raccolti settimanalmente intorno ad un tema comune (dai “grazie” detti, ai rapporti con i rispettivi partner, alle tipologie di lamentele), e dall’altra una legenda dettagliata, a mo’ di istruzioni per l’uso e l’interpretazione. Il tutto condito con un alto tasso di personalità e rapporto umano. (Per la cronaca: esiste il libro di Dear Data, in English language, e tutte le cartoline originali sono state acquisite dal MoMA come parte della sua collezione permanente).

Oppure, ancora, non stupirà se la collaborazione con la musicista Kaki King abbia trasposto una miriade di dati raccolti da una performance chitarristica in un disegno multicolore (e viceversa).

Con la collaborazione con Kaki King torniamo al punto di partenza, al video iniziale. Tutto ciò che compare in quei tre-e-poco-più minuti non è animazione fine a se stessa, ma è il frutto di una trasposizione in formato grafico dei dati raccolti intorno a Cooper, figlio di Kaki, affetto da una malattia autoimmune. Il video del progetto Bruises racconta prima di tutto una storia: ogni petalo è un giorno che passa, ogni sfumatura più scura al suo interno è l’intensità dei lividi sul corpo di Cooper. I grossi punti rossi intorno ai petali ci dicono il numero di piastrine nel sangue del piccolo, mentre lo sciame di puntini rosa su ogni petalo mostra il numero di petecchie sul suo corpo. Ancora, le ciglia di colore nero su ogni petalo visualizzano il livello di paura provato da Kaki in quel giorno, mentre le ciglia di colore rosso ci parlano del livello di speranza. E così via: nessuna forma, colore o simbolo è fine a se stesso, tutto è la visualizzazione di dati ricavati da una storia lunga quattro mesi, fatta di persone ed emozioni.

Rivedi il video: magari ti farà pensare ai dati non più come a qualcosa di asettico, incomprensibile e tecnologico, ma come a qualcosa, innanzitutto, di umano.

 

#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.