Il nuovo album di Roger Waters

Musica del 07-06-2017
di Lorenzo Diozzi

Il nuovo album di Roger Waters

Il 2 Giugno è uscito l’ultimo album di Roger Waters intitolato “Is This the Life We Really Want?”. Ufficialmente è stato prodotto in due anni di lavoro ma probabilmente è frutto di venti anni di riflessioni e di una vita passata a fare musica. Quando un ex Pink Floyd crea della musica nuova è impossibile restare impassibili. Questo non solo perché in passato il gruppo di cui faceva parte ha scolpito le proprie note sulla roccia di cui la storia della musica si compone ma anche perché ogni ex componente ha dimostrato di avere ancora molto da dire e da suonare anche senza i compagni. Questo discorso vale tanto per i membri veri e propri della band come Barrett, Gilmour e Waters quanto per i collaboratori del gruppo come Alan Parsons. Roger Waters nello specifico ha saputo nei suoi album da solista sorprendere ogni volta presentando contenuti sempre provocatori e politicamente attenti. Questa caratteristica non è tipica solo della sua carriera da solista poiché tali contenuti hanno rappresentato in più riprese uno dei punti di forza dei Pink Floyd stessi. Parlare di carriera e di produzione solista non è propriamente esatto poiché l’artista si è sempre circondato di musicisti più che esperti. Per citarne alcuni troviamo Clapton in un suo precedente album chiamato “The Pros and Cons of Hitch Hiking”, mentre per l’ultimo disco troviamo Nigel Godrich (che nella vita suona con gli Atoms for Peace ma si diverte anche con Radiohead e U2) e Jonathan Wilson. “Is This the Life We Really Want?” è un disco che si è fatto parecchio desiderare non solo per il titolo che incuriosisce immediatamente ma anche perché nelle settimane precedenti alla pubblicazione Roger Waters si è molto impegnato in provocazioni politiche contro il risultato delle elezioni americane e contro l’attuale sistema di armamenti degli stati del mondo. Anche quindi non conoscendo lo stile di precedenti opere come il disco The Wall (ma davvero esiste qualcuno non lo conosce?) era possibile immaginare che questo ultimo album avrebbe contenuto un forte grido di ribellione. Si comprendono le intenzioni di questo disco già dalla copertina nella quale si possono vedere numerose parole, alcune cancellate e altre invece ben leggibili. In questo caso l’atto del cancellare non rappresenta la censura di alcune parole ma la necessità di far emergere alcuni concetti rispetto ad altri. La necessità di distinguere il nero dal bianco, il buono dal cattivo o ancora, restando nella metafora, la necessità di Waters di inquadrare il nemico da combattere in un mondo moderno in cui non si distingue più il giusto dallo sbagliato.

In questo articolo non c’è un voto dato in scala da 1 a 10 che chiuda la questione e tagli con l’accetta la analisi del disco perché è di musica che si parla e non di tronchi di albero. Questo disco diverte molto per quanto riguarda le melodie e le intuizioni sonore. Al primo ascolto diverte perché l’orecchio tenta di scovare i suoni dei Pink Floyd ed in parte rimane anche soddisfatto, mentre agli ascolti successivi continua a divertire e convincere perché tutta la struttura musicale del disco è ricamata magistralmente in ogni suo dettaglio. Personalmente speravo che ci fosse qualcosa di sorprendente, magari anche fuori contesto, una qualche canzone un po’ folle di sperimentazione che invece manca pur essendo numerosi i momenti di grandezza musicale. Ma soprattutto il disco pesa per i propri testi con i quali Waters canta (e a volte parla letteralmente) all’ascoltatore. Nella canzone “Picture that” viene esposto in modo molto esplicito il concetto secondo il quale un leader politico senza cervello valga come un tribunale senza che ci siano le leggi o come un bordello senza prostitute all’interno. La critica non solo alla classe politica ma anche al sistema economico e ai rapporti armati tra stati è presente in ogni brano del disco. Nella successiva traccia “Broken Bones”, dopo aver ammesso che osservando le stelle si sente una piccola creatura, rimprovera il mondo di aver perso una grande occasione quando dopo la Seconda guerra mondiale l’umanità invece di riscrivere la propria storia in modo costruttivo ha lasciato prevalere l’abbondanza e le false libertà. Questo concetto viene poi ripreso sia in “Is This the Life We Really Want?” sia in “Smell the Roses” che è anche un testo molto evocativo di colori ed odori pur essendo la musica oggettivamente priva di queste caratteristiche. Le parole che vengono cantate oltre che invitare ad aprire gli occhi sul proprio ruolo nella società al fine di migliorarlo insistono molto anche sul fatto che per risolvere le attuali problematiche ci sia bisogno dell’impegno di ogni persona. Nell’ultima canzone risuona infatti infine la frase “il silenzio e l’indifferenza sono i crimini più grandi” che sbattono in faccia all’ascoltatore ciò che Waters odia della civiltà umana. L’ultima traccia che in altri suoi album spesso pone un ultimo distopico sigillo al disco in questo caso invece appare, secondo me, come una apertura di speranza. Il testo e la musica giungono ad un complesso livello metaforico fino a lasciare il messaggio che il rispetto tra gli individui sia l’appiglio fondamentale per salvare questa umanità e questo mondo nonostante tutte le criticità e problematiche che sono esposte nelle tracce precedenti. Le critiche alla società mosse dall'artista non sono differenti da quelle che muoveva ai tempi dei Pink Floyd ma questo non perché l'album suoni come qualcosa di già sentito ma perché le critiche fatte erano e sono una analisi attenta di ciò che più profondamente meriti di essere combattuto da questa umanità che era all'epoca ed rimane oggi immobile ed inerte.

 

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