Tra storia e aneddoti: la nascita della fotografia ed il suo ruolo sociale

Arte del 25-07-2017
di Carlo Tommaso Bisaccioni

Tra storia e aneddoti: la nascita della fotografia ed il suo ruolo sociale

La fotografia, la cui invenzione costituisce la realizzazione di un sogno antico, ambito da tutti gli artisti, non è da considerarsi un’importante invenzione solo sotto all’aspetto artistico, ma gioca un ruolo fondamentale nella società e nella sua evoluzione fino ai giorni d’oggi.

Il 28 luglio 1831, un parigino espose il proprio ritratto a fianco di quello di Luigi Filippo Re di Francia, corredato da questa didascalia: “Non c’è alcuna distanza tra Filippo e me: egli è re-cittadino, io sono cittadino-re”. L’aneddoto rivela la nuova coscienza del proprio stato acquistata dalla piccola borghesia, le cui idee e i cui sentimenti erano divenuti profondamente democratici. La situazione sociale di tutte quelle persone, dallo speziale al pizzicagnolo, che per la maggior parte disponevano di un piccolo capitale, con un’istruzione elementare, chiuse nel ristretto orizzonte di una bottega, insomma, tutti gli elementi di quello strato di borghesia che trovarono nella fotografia il nuovo mezzo di autorappresentazione adeguato alle loro possibilità economiche, avrebbe influito, alcuni anni dopo, sul carattere e sull’evoluzione della fotografia. A loro spetta, infatti, l’aver creato per la prima volta la base economica sulla quale si sarebbe sviluppata l’arte del ritratto accessibile a tutti, che agli albori era ancora un privilegio riservato agli strati più alti della società.

Fu anche grazie agli stimoli dello stato Francese, che propose l’acquisto della fotografia per poterla proporre al pubblico ufficialmente, che nel 1826, Nicéphore Niépce inventò ufficialmente la fotografia. Di famiglia ricca avente rapporti con la nobiltà, Nicéphore portò avanti quello che fino a quegli anni rappresentava soltanto uno svago molto ricercato in ambito scientifico, ovvero collocare su carte preparate con sali d’argento alcuni oggetti, come foglie o fiori, ed esporre il tutto alla luce solare: in tal modo si otteneva il contorno degli oggetti, segnato da contrasti di nero e bianco. Ma l’immagine scompariva velocemente, in quanto non era ancora stato scoperto il segreto del fissaggio: Niépce rese sensibile la lastra alla luce con un’emulsione a base di bitume, che conservava per sempre l’immagine impressa.

Il merito di aver perfezionato il procedimento trovato da Niépce, al punto da renderlo accessibile a tutti, spetta al pittore Daguerre, che, dopo averi inventato il diorama, fu indotto a studiare gli effetti della luce. La nuova invenzione aveva svegliato l’attenzione e l’interesse di quasi tutti gli ambiti della società, tuttavia, gli elevati costi di realizzazione di una fotografia, la resero accessibile solo alla borghesia agiata. Il procedimento di Daguerre era molto scomodo, in quanto, prima di tutto la lastra di argento, sensibilizzata alla luce, non poteva essere utilizzata senza una preliminare esposizione ai vapori di jodio. Ma la maggiore difficoltà stava nel fatto che bisognava preparare la lastra poco tempo prima dell’esposizione e svilupparla appena l’esposizione era terminata. A causa dei tempi di posa ancora troppo lunghi (parliamo di circa 30 minuti), i volti dei soggetti dei ritratti erano spesso segnati irrimediabilmente da gocce di sudore, per la difficoltà a rimanere immobili durante l’esposizione. Inoltre, l’impossibilità della dagherrotipia di fornire copie di una immagine, segnarono il destino di un genere che non sarebbe mai potuto divenire un’industria importante. Dal 1839 in poi, il tempo di esposizione iniziò a calare sensibilmente: si parla di quindici, tredici minuti di esposizione. Due anni più tardi, il tempo di esposizione non rappresentava più un problema nella fotografia e la dagherrotipia iniziò la sua diffusione in tutto il mondo: si conta che nel 1850 vi erano già duemila dagherrotipisti, e nel corso del 1853 furono scattate tre milioni di fotografie. Ma solo quando la lastra metallica di Daguerre fu sostituita dalle lastre di vetro, furono soddisfatte le condizioni indispensabili per lo sviluppo dell’industria del ritratto.

Il procedimento al collodio, scoperto dal pittore Le Gray, aprì la strada al ritratto fotografico e, nello stesso tempo, allo sviluppo dei rami dell’industria fotografica (la produzione di apparecchi in grado di scattare fotografie), l’industria chimica e l’industria della carta, che segnerà la lenta scomparsa della dagherrotipia e l’affermazione di quella che ancora oggi è la fotografia stampata su carta e riproducibile in infinite copie.

Uno dei fotografi che più si distinsero in quest’epoca, fu Félix Tournachon Nadar, che nel 1853 aprì il suo primo studio fotografico a Parigi. La sua carriera è un valido esempio della comparsa e dell’affermazione di quel primo gruppo di artisti fotografi. Nato a Parigi nel 1820, apparteneva alla agiata borghesia intellettuale di provincia: dopo essersi allontanato dalla città natale, per dedicarsi (per volere dei genitori) allo studio della medicina all’Università di Lione, dovette fare ritorno per il fallimento del padre e trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Fu il caricaturista Gavarni che spinse Nadar ad intraprendere l’arte della caricatura: inizialmente, la carriera di Nadar è segnata da fallimenti e continue guerre con penna e pennello contro i borghesi, così, la sua situazione economica non fa che peggiorare: inizia dunque a scrivere per giornali ed a sperperare tutti i suoi ultimi averi nella speranza di trovare un lavoro fruttuoso. Fino a quando, nel 1849, lo viene a trovare lo scrittore Chavette, che, preoccupato dal giovane Nadar, che lamenta le sue difficoltà materiali, gli segnala che un amico vuole sbarazzarsi per poche centinaia di franchi della sua attrezzatura fotografica. Nadar dapprima oppone resistenza, ma ben presto, preso dalla necessità, accetta l’offerta, iniziando così la sua celebre carriera: solo nel 1853 apre il suo primo studio fotografico e le sue fotografie non tardano a diventare celebri. La superiorità della sua fotografia, senza alcun ritocco ai volti dei soggetti, sta nel fatto che Nadar fu il primo a scoprire il viso umano con l’apparecchio fotografico: assumono importanza la fisionomia e gli atteggiamenti del corpo, che servono soltanto a sottolineare l’espressione. L’obiettivo si immerge nell’intimità stessa della fisionomia, facendo risaltare l’espressione caratteristica di ogni uomo. Sono celebri le foto di Nadar a Baudelaire, che esprime la sua opinione a riguardo della nuova arte: per Baudelaire la fotografia diventa il pretesto per una sfida nei confronti di “quella classe di spiriti non istruiti e ottusi che giudicano le cose soltanto dai contorni”, come ci dice. Ritenendosi un aristocratico, si opponeva alle tendenze democratiche del tempo, che volevano mettere l’arte a portata di tutti. Insomma, la fotografia, per Baudelaire, rappresentava solo “un’invenzione dovuta alla mediocrità degli artisti moderni ed il rifugio di tutti i pittori mancati”: secondo Baudelaire, la fotografia doveva tornare al suo vero posto, ovvero quello di ancella delle arti e degli artisti, di semplice utensile. 

 

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.




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