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Fotografare tu che sorreggi la solitudine

Arte del
di Carlo Tommaso Bisaccioni
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Fotografare tu che sorreggi la solitudine

“La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà”

– Fabrizio De André –

La libertà citata da Fabrizio De André è quella che da sempre l’uomo rincorre ma, sfuggendo alla solitudine, dimostra solo la sua ciclica incapacità di viverla. Che sia per esigenza personale, per l’insicurezza o per una situazione dalla quale cerchiamo di sfuggire, la solitudine e la lontananza fisica dalle altre persone hanno motivazioni varie, che non sempre sono da etichettare come negative.

Nei secoli l’isolamento è passato attraverso diverse interpretazioni: Aristotele non concepiva come l’uomo potesse vivere solo e senza i suoi simili, mentre gli uomini del medioevo accostavano la solitudine alla figura dell’asceta religioso oppure la consideravano -se praticata al di fuori della sfera religiosa- una forma di pazzia. Negli anni più recenti l’isolamento è arrivato a rappresentare un vero e proprio stile di vita, accettato e spesso anche celebrato. 

La ricerca di un ordine guida l'occhio verso le linee, i contrasti netti, le sensazioni geometriche. È l'occhio ingenuo di chi guarda dall'altro lato della strada. Che non scappa a nascondersi per spiare, ma non corre neanche a sporcarsi. È un vasto paesaggio, percorso in solitudine, con l'animo intenso di chi s'innamora delle cose, perché ne immagina le storie, senza troppo domandarsi quali esse siano o siano state davvero. Gli occhi raccontano storie che vivono nella solitudine interiore, condizione a volte vissuta come condanna, ma che è anche pura liberazione, necessaria ad esprimere chi siamo ed il nostro genio creativo. Il linguaggio del corpo, inconsapevole, non sa tradire le vere emozioni di cui vive questo mondo moderno e saperle osservare può portare a perdersi nella più grande contraddizione umana. Per comprenderla non ti resta che fotografarla. La senti fluire dai tuoi occhi alla tua mano e da lì alla macchina fotografica. Finita, puoi osservarla e conoscerla.

Le immagini fotografate trasudano una suggestione verso la purezza. Quella degli eventi non ancora accaduti, che hanno il sapore di una conclusione lontana, e mai decisa. Nei ritratti invece la luce degli sguardi squarcia il velo della timidezza, rivelando il fragile tentativo di un avvicinamento, di un flebile parlare tra individui. L'obiettivo s'intrappola tra la carne delle persone, ne rimane affascinato e disarmato. Si aprono nuove visioni, immagini di caratteri e situazioni vissute da più vicino. Da dove il contatto con la vita ha inferto un colpo a quel peregrinare solitario. Ma neanche lì, dove l'esperienza intensa di un viaggio scopre i suoi odori, la fotografia cede al puro raccontare. L’occhio scova l'ordine, la chiarezza, la ragione. Un sistema in cui proteggersi. 

Nei paesaggi è un angolo incontaminato quello che di volta in volta l'obiettivo del fotografo traccia. Un luogo quasi del tutto immaginato, anche se sotto gli occhi di tutti. La presenza umana vi si affaccia come una presenza scomoda, come un insetto fastidioso che offusca la visuale. Insetto che minaccia costantemente la pace di quell'angolo, piccolo eterno testimone del tempo che scorre ma mai inghiotte.

Anche quando i temi affrontati sono socialmente faticosi, la discrezione rimane la cifra con cui si posa, seppure incessantemente, l'obiettivo del fotografo. Così i personaggi ritratti sono lontani da quello che lo circonda, hanno gli occhi sfuggenti di chi è altrove e sta pensando. Quando guardano in camera, lo fanno con l'aria un po' perplessa di chi è stato invitato a condividere quel limbo in cui sedeva. E non si fida subito della proposta ma l'accetta. E allora il dialogo che ne esce è un sussurrare delicato tra diverse solitudini.

Fotografare mi ha insegnato ad osservare ciò che la realtà, spesso deformata dalle mie sensazioni, mostra veramente.  Osservare l’essere umano nelle sue dimensioni. Senza stravolgerlo, per guardarlo e immortalarlo, per rappresentarlo. Attraverso il tatto, attraverso l’immagine di sé, in una foto scattata da altri, ci si può sentire, unendo la sensazione tattile a quella visiva. La seconda spesso tradisce, ma la prima può accompagnarci verso ciò che siamo. Portarci lì, dove la solitudine può farci da Caronte nel viaggio in noi stessi. La solitudine, una condizione da cui rifuggire, ci spinge ad essere ovunque e con chiunque. Ci fa assumere atteggiamenti convulsivi ed iperattivi, mai veri.  È nella solitudine invece che siamo davvero noi. 

Gli artisti conoscono bene la solitudine e hanno il coraggio di viverla per raccontarla. Spesso è fonte d’ispirazione necessaria per evolversi e creare, a volte è così alienante da volerla sfuggire, per essere come gli altri. “Conditio sine qua non” che rende le loro fotografie, opere di straordinaria bellezza capaci di insinuarsi nella solitudine dell’osservatore e riconoscersi. 

Nel suo intimo, l’artista, riscopre la sua umanità. Si ritrova a dover scegliere come affrontarla. La odia e la sfugge fino alla psicosi ed alla morte. Oppure la osserva e la racconta distaccato. O la trasforma nel luogo necessario al suo genio creativo. Ecco perché l’arte deve essere vissuta come un’esperienza interiore, nella propria solitudine. Attraverso la solitudine l’artista arriva all’ essenza umana. E, subordinata al suo sentimento, la racconta nelle sue fotografie.

La solitudine rimane la più misteriosa e studiata patologia di tutti i tempi. C’è chi la sfugge fino ad annullarsi. Chi la vive come una malattia che intrappola in sé stessi per proteggersi dal mondo, oppure come una condizione sociale dell’evoluzione moderna, fredda ed inconsapevole. O come un posto felice, superiore, libero dove trovare la propria vera dimensione atta a liberare il genio e lasciarlo creare. È la grande contraddizione umana, un’inquietudine da cui vogliamo scappare ma necessaria per conoscersi intimamente, accettarsi ed evolversi.

Amar noi stessi per apprezzare gli altri ed amarli per scelta. Una forma di maturità emozionale. Accettare ciò che siamo, conoscerci, disegnarci nel quadro del mondo per completarlo con la nostra unicità.

“Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”

– Cesare Pavese –

 

*#TeletruriaGiovani è un nuovo progetto coordinato da Teletruria, nato dalla volontà di dare voce ai giovani. Il team di #TeletruriaGiovani è formato esclusivamente da ragazzi under 40 non giornalisti che, per il gusto di scrivere e per la passione di condividere le loro esperienze, hanno deciso di curare delle rubriche tematiche. I ragazzi sono tutti volontari e scelgono in autonomia i temi su cui scrivere.